Scuola. Il pasticcio
all’italiana dei 150 euro

Ai “pasticciacci brutti” questo governo ci ha ormai abituato: si fanno disposizioni e poi si ritirano sull’onda d’urto delle polemiche e delle dichiarazioni via Web. Anche la scuola ha avuto il suo e dubitiamo che sia stato risolto una volta per tutte: un “pasticciaccio” da 150 euro al mese da restituire, richiesto dal Ministero dell’Economia, che non trova d’accordo quello dell’Istruzione e scatena le ire dei sindacati e degli insegnanti che sono quelli che devono pagare.

Bisognerebbe però chiarire, per correttezza, che i 150 euro non dovevano essere richiesti a tutti gli insegnanti, ma solo a quelli che l’anno scorso

avevano avuto gli scatti d’anzianità, cioè gli aumenti automatici di stipendio che vanno di pari passo con la progressione della carriera, bloccati già nel 2010 dall’allora ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, fino al 2013. Poi però, gli incrementi di salario sono stati parzialmente ripristinati sino al 2012, con i risparmi generati dalla riforma Gelmini e attingendo al fondo per il miglioramento dell’offerta formativa, cioè le somme destinate dal ministero dell’Istruzione agli istituti scolastici per il funzionamento delle scuole. Così ci siamo trovati le scuole impoverite, non più in grado di organizzare progetti di ore aggiuntive, ad esempio per far fronte all’inserimento degli alunni stranieri o per supportare alunni in difficoltà.

Ora quei soldi, tolti alle scuole, per garantire agli insegnanti la progressione della loro carriera come da contratto, non più rinnovato da molti anni, vengono richiesti indietro dal ministero dell’Economia, perché non c’è copertura. Si tratta, più che di una situazione kafkiana, di uno dei soliti pasticci all’italiana, dove i problemi non si risolvono, ma si tende a mettere una pezza sulla parte deteriorata, per rimediare alla figuraccia e alle conseguenti proteste.

Due giorni di bufera e per chiudere l’incidente diplomatico, Enrico Letta fa marcia indietro e su Twitter ieri annuncia: “Gli insegnanti non dovranno restituire 150 euro percepiti nel 2013”. Come al solito però il problema resta: dove troverà le coperture? Saranno ancora le scuole a pagare? Il sistema degli scatti di anzianità, un diritto acquisito, vale ancora per il personale della scuola? E se non vale più lo si comunichi chiaramente ai lavoratori, che vedono il carico di lavoro aumentare, le situazioni difficili moltiplicarsi e le risorse per far fronte anche alle situazioni più urgenti dimezzarsi drasticamente sempre di più. In questa mancanza di chiarezza, c’è una sola certezza: oggi più che mai la scuola italiana si trova più povera e più sola, a dover fronteggiare situazioni familiari non certo facili, un’insicurezza della società che si riflette al suo interno, un’impossibilità a rispondere alle esigenze educative che prevedono insegnamenti individualizzati, competenze acquisite negli anni che il governo non riconosce, visto che l’anzianità non conta più. Si sa però che l’esperienza è una ricchezza da tutelare, perché permette di aiutare i nuovi insegnanti a risolvere piccoli e grandi problemi, a creare ricchezza all’interno dei gruppi di docenti che operano in una classe.

Se il sistema scuola ha retto in questi anni, con insegnanti che hanno dovuto adeguarsi ai tagli del personale, al blocco del contratto, al taglio del salario e all’aumento dei carichi di lavoro, è grazie al personale scolastico che nonostante tutto ha reagito con responsabilità e con tante ore in più, svolte volontariamente al di fuori degli obblighi contrattuali. Ora al governo, più che “pasticciacci”, si chiede più chiarezza, in tutti i sensi. E soprattutto che le dichiarazioni sulla “nuova” scuola, non siano slogan vuoti, ma vengano supportati da fatti concreti che permettano alla scuola italiana non tanto di sopravvivere, come sta facendo in questi anni, ma di funzionare al meglio, per garantire istruzione ed educazione ad un Paese ormai sull’orlo di una pericolosa crisi di nervi.

© RIPRODUZIONE RISERVATA