Se la parola d’ordine

è onestà siamo a posto

E quando, inesorabile, arriva il richiamo sacrale a Berlinguer vuol dire che un movimento politico non è all’inizio, ma alla fine.

C’era tutto un retrogusto di già visto, già sentito, già ruminato nella pulsione della folla ai funerali di Gianroberto Casaleggio, soprattutto nella parola d’ordine - l’unica - che è stata urlata e ripetuta e declamata dai militanti e dai loro delegati in parlamento. Onestà. Onestà. Onestà. Non si è sentito altro, non si è parlato o discusso di altro. Una parola che, anche in questo caso, pare racchiudere l’alfa e l’omega del movimento Cinquestelle, la sua strategia politica, la sua visione delle cose, la sua idea del paese, il senso del suo stare sulla scena, il suo pantheon culturale. E proprio da qui discende il richiamo a Berlinguer, quello più citato e al contempo meno interessante, quella metafora dell’Italia onesta, pulita e antropologicamente superiore rispetto a quella lurida e schifosa incarnata dagli altri. Da tutti gli altri.

Beh, questa a prima vista può sembrare una gran cosa, tanto è vero che di volta in volta i movimenti allo stato nascente se ne impossessano - pensate solo alla Lega degli anni d’oro, che su quel forcone ha appeso tante delle sue antiche fortune - per sventolarla come banderilla nell’agone elettorale che pone da una parte i nuovi, i cristallini, gli adamantini, i cilestrini, gli algidi, gli stiliti e dall’altra i marci, i luridi, i ladri, i cialtroni, i sozzoni, i mascalzoni. Tutto facile, tutto perfetto. Anche se poi, dopo, si cresce, si diventa grandi e quando si assaggia il pane duro della politica e le mollezze inebrianti del potere e del sottogoverno, allora i parametri cambiano e i movimenti, che nascono tutti rivoluzionari, a destra come a sinistra, poi diventano conservativi. Cuore a sinistra, portafoglio a destra: è la storia del mondo, sai che novità.

Bene, se la linea guida dei Cinquestelle resta l’onestà, il fenomeno più nuovo e rivoluzionario di questi ultimi anni non ha già più niente da dire. È aria fritta. Retorica. Sofisma. Demagogia tanto al chilo che nasconde dietro l’angolo la nemesi incarnata dal celebre aforisma di Nenni: «A fare a gara a fare i puri, troverai sempre uno più puro… che ti epura». Ecco il punto. Che significa onestà? Che vuol dire? E poi, chi la certifica, la timbra, la codifica? Il grande Moloch della magistratura organica che tutto osserva, tutto controlla e tutto dirime, alla quale consegnarsi inermi, armi e bagagli? Ovvio che un politico deve essere onesto - così come un chirurgo, un assicuratore, un maniscalco, un sacrestano, un ammaestratore di anaconde - perché questa è condizione prepolitica, che nulla ha a che vedere con la competenza e la capacità di essere un buon amministratore. Certo che la nostra classe dirigente pullula di ladri, saltimbanchi e margnaffoni che straparlano di moralità e poi li becchi con il sorcio morto in bocca mentre si mangiano pure le gambe del tavolo. Ma che c’entra? Se li prendi, li processi, li condanni, li schiaffi in galera e tanti saluti. Ma questo non risolve per niente il vero problema: avere nei palazzi degli statisti, non dei moralisti.

Non si costruisce un movimento politico, e poi un partito, sul pensiero unico dell’onestà. È una visione ridicola, infantile e del tutto velleitaria che ripercorre l’errore strategico commesso dai comunisti, e da Berlinguer in particolare, negli anni Ottanta, quando davanti all’incapacità di comprendere la nuova società uscita ancora viva dalla crisi e dal terrorismo hanno preferito dichiarare guerra alla modernità e allo sviluppo nel nome di una diversità culturale, una supremazia intellettuale, un’alterità genetica che distingueva i sapienti saputi dal popolo bue straccione, consegnando per sempre le redini del governo agli altri. E la stessa pulsione è risorta con Manipulite, che ha certo scoperchiato porcherie di dimensioni inimmaginabili (anche se non tutte e quasi tutte sempre dalla stessa parte, chissà perché…) ma ha inchiodato un’altra volta ancora le forze emergenti anti pentapartito sulla solita parola d’ordine. Onestà.

E adesso siamo allo stesso punto. Quello su cui si fallisce sempre. Se uno è onesto non lo declama, lo è. Il mondo è pieno di brave persone probe e perbene che hanno combinato disastri e a nulla vale l’essere irreprensibili se poi non si è capaci di disegnare una politica industriale, una relazione internazionale, una strategia per arte, cultura e turismo, o anche solo organizzare la raccolta differenziata in un Comune o la rete dei trasporti pubblici locali. È’ uno dei tanti miti di cui la cultura dei grillini è purtroppo infarcita. Come quello, ad esempio, della partecipazione diretta dei cittadini comuni alla cosa pubblica, del sistema digitale per la gestione del movimento, della terra promessa della rivoluzione on line che ha già prodotto esiti grotteschi, tipo quello di designare un candidato alle elezioni, poi regolarmente eletto, grazie a quaranta voti sulla rete. È vero che gli altri li scelgono con le primarie taroccate o per cooptazione pelosa da parte del capo dei capi, ma fra tutti non si capisce chi sia peggio.

E poi, che vuol dire uno vale uno? Riempie tanto la bocca, fa tanto slogan egualitario, ma è anche una grandissima bufala. Non è vero che uno vale uno. Non è mai stato vero e mai lo sarà, tra gli esseri umani. In ogni ambito, alla fine, c’è sempre qualcuno che comanda: in un partito, in un ufficio, in una riunione condominiale, in una classe del liceo, in un club per la lotta delle donne nel fango. Emerge sempre un tale che fa sintesi, che raccoglie il consenso, che veicola interessi, che divide et impera, che dice una cosa ma anche il suo contrario, che ne promette un’altra ma non la fa, che ambisce, che brama, che decide, che fa il leader. E che probabilmente è il più sveglio del gruppo, ma di solito anche il più paraculo. Sembra il ritratto di uno molto giovane in prima fila al funerale di Casaleggio. Chissà come si chiama…


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