Tempi duri per i cantori  della Terza Repubblica

Tempi duri per i cantori

della Terza Repubblica

Sono tempi terribili per i commentatori politici. Con questa Terza Repubblica, signora mia, non ci si capisce più niente.

Almeno una volta le cose erano chiare. Si stava belli imboscati, adesi, coesi e paciarotti tra le pieghe del sottobosco filogovernativo, si sdottoreggiava nei talk show sulle alchimie e le sinergie e le strategie della politica politicata dei ministeri romani, si cinguettava, si pigolava, si mugolava, si fringuellava sui preclari profili istituzionali dei padroni del vapore, che affrontavano con coraggio le tempeste del mare magno del potere: “Tanto si è fatto, ma tanto è ancora da fare!”, “Tenere la barra dritta tra i marosi della globalizzazione!!”, “Mai abbassare la guardia sui pericoli del medio oriente!!!”. Ma nel frattempo, mentre noi ci parlavamo addosso, il mondo reale se ne andava da tutta un’altra parte, tanto è vero che alle elezioni avveniva il contrario di quanto previsto e si aveva quindi la prova provata che noi cervelloni non ci avevamo capito una beata mazza. Ma niente paura: il panico per essere stati beccati con il sorcio in bocca era questione di un attimo. Pronti via ed eravamo già lì tutti a spiegare al popolo bue, stravaccato sul divano, tutto quello che non avevamo capito. E il circo mediatico poteva ripartire.

Bei tempi. Perché adesso, invece, è un gran casino. Questi qui - i cosiddetti nuovi barbari - ci hanno stravolto gli usi e i costumi, ci hanno rivoluzionato le abitudini, ci hanno infranto le certezze. Innanzitutto, cambiano idea tre volte al giorno: “Mattarella è il baluardo della Repubblica!”, “Mattarella è un servo della Merkel!!”, “Mattarella è un gran signore!!!”. Poi, quando hanno scelto un uomo di fiducia, uno statista simbolo, lo difendono a ogni costo: “O Savona o morte!”, “Per Savona va bene anche un ministero di serie B!!”, “Savona chi???”. Infine, e soprattutto, non rispettano più l’onorata, melliflua, gigionesca e bollitissima mediazione giornalistica. Questi mica attendono il Tg o “Porta a Porta” o “Piazza pulita” o “Di Martedì” e tutto il resto della pletora di programmi televisivi fatti in serie e, a maggior ragione, figurarsi se aspettano i giornali del giorno dopo, sui quali dai secoli dei secoli si esercitava l’arruffianamento della nostra categoria - che in quanto a senso critico e schiena diritta non prende lezioni da nessuno - nei confronti dei nuovi padroni. No, questi qui tuittano e facebuccano e istagrammano dieci volte al giorno. Salvini che ulula contro la perfida Europa e Di Maio che chiede l’arresto del presidente della Repubblica, Salvini che la gente non ne può più e Di Maio con la pistola con il tappo di sughero del colonnello Tejero, Salvini che falcia il grano a torso nudo e Di Maio che invade la Polonia, Salvini che flatta la tassa e Di Maio che reddita la cittadinanza. E il giorno dopo, tutto il contrario. Insomma, le cose vanno così velocemente e con modalità talmente schizofreniche che noi, noi difensori della verità, della trasparenza, della democrazia e dell’epopea antifascista non sappiamo più quali scarpe leccare, quali zerbini srotolare, quali interviste in ginocchio programmare.

Eh sì, ne abbiamo viste di cose, in questi novanta giorni, e in particolare negli ultimi sette, che voi gente normale non potreste immaginarvi. Spunta Conte a sorpresa e allora ma guarda un po’ quanto è in gamba questo e come viene fuori dalla fucina della società civile e che bella ventata di freschezza e che faccia pulita e cristallina e che bel segno dei tempi e del governo del cambiamento che ci apparecchia le sue sorti magnifiche e progressive. Poi però salta fuori il curriculum taroccato e allora tutti a baccagliare e come si fa e che figura da cioccolataio e il solito italiano baffo nero mandolino e in che mani ci siamo messi e qui il primo che si alza comanda e qui il più pulito c’ha la rogna. E quando è stato defenestrato da Mattarella con l’incarico a Cottarelli, sul povero Conte è piovuto davvero di tutto: risate, sghignazzi, schiaffi del soldato, gatti morti, limoni marci e smozzichi di focaccia rancida, con il consiglio di tornarsene al paesello a farsi benedire da Padre Pio. Raramente sui media si è fatta così carne di porco di un presidente del consiglio incaricato. Però mal ce ne incolse, perché quando, per motivi imponderabili ed esoterici, Conte è riemerso dalla palude Stigia abbiamo dovuto riallineare le lingue e ripartire con una dimostrazione di zerbinismo di valore europeo nei confronti del nuovo che avanza. Ragazzi, un mestiere infame. Soprattutto se si pensa che la stessa faticosa trafila è stata applicata anche nei confronti di Salvini, Di Maio e Mattarella, passati alternativamente dal tritacarne diffamatorio al turibolo d’incenso a seconda che sembrassero con il vento in poppa oppure travolti dalle spire della più grottesca, circense e pittoresca crisi politica del dopoguerra.

Naturalmente, ci sono tutte le eccezioni del caso, perché tali e tanti (senza alcuna ironia) sono gli editorialisti che hanno dimostrato coerenza di analisi seria e professionale. Ma sono élite, casi unici, mosche bianche. La vera cifra, il vero cuore del corpaccione conformista, fariseo, spietato con i perdenti e adulatorio con i vincitori, insomma, la vera pancia della categoria si muove su ben altre dinamiche, quelle connaturate da sempre a un mondo che dovrebbe essere separato, diverso, distante e antropologicamente altro rispetto alla politica e che invece ne è solo espressione, proiezione, cooptazione, condivisione. Metafora.

E questo naturalmente vale anche per chi scrive questo pezzo, che passa le domeniche a fare la morale a questo e a quell’altro, ma che per uno strapuntino al sottosegretariato alle eventuali e varie sarebbe disposto a qualsiasi cosa. A farsi prendere a torte in faccia, a recitare la poesia di Natale al ministro della Cassa del Mezzogiorno, a fare da portavoce all’Uomo Salsiccia o all’arbitro Ceccarini. Perché anche lui è esattamente come tutti gli altri.


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