Un governo  così non ritorna  mai più

Un governo

così non ritorna

mai più

Alla fine la recessione li seppellirà, politicamente. Forse. Perché il problema di lasciare le poltrone un tempo spregiate quando accoglievano terga altrui e ora tanto confortevoli, riguarda più la compagnia di giro di capitan Giggino Fracassa che non quella di Matteo fu secondo e ora primo nelle preferenze degli elettori. Se arrivasse il “tutti a casa” del governo, infatti, per Salvini potrebbe essere un vantaggio. Lui diventerebbe il sole attorno a cui tutti devono ruotare, a partire dagli alleati periferici di centrodestra costretti a una processione con il cappello in mano davanti al leader della Lega per coltivare la speranza di condividere un governo anche nazionale. Non lasciatevi ingannare dal fumo: quello sprigionato dalle ciminiere della Diciotti o dai treni venturi della Tav che peraltro non viaggeranno (se viaggeranno) a vapore (forse sarebbe il compromesso ad hoc per far partire l’opera). Tutte nuvolette gettate negli occhi degli elettori. Al momento buono, se arriverà, serviranno a lasciare in mano a qualcuno il cerino della crisi di un governo che così non ritorna mai più, tanto per restare in clima di Sanremo quando era davvero Sanremo e l’Italia volava nel boom economico con Domenico Modugno, altro che recessione.

Restiamo nei paraggi dell’ Ariston con una discesa ardita come quella percorsa dalla qualità della politica italiana. Ricordate l’Annalisa Minetti del “Senza te o con te”? Ecco Giggino e Salvini sono come il motivetto della canzone che vinse uno dei primi festival della Seconda Repubblica. Senza il compare di contratto difficilmente potrebbero rivedere il governo (almeno uno dei due), ma con lui stanno vivendo un’ esistenza da separati in casa. Non solo Tav e, in parte, Diciotti, dove però sono all’opera i fornaretti dei taralucci e gli osti del bianco dei Castelli , i crucci che dividono i vice di cui Conti è pure lui vice, altro inedito di questo esecutivo. Ora c’è anche la politica estera, in cui le bizze soprattutto a cinque punte (galoetto fu il Dibba e chi lo riportò) hanno ridotto l’Italia a un Paese dei Balocchi pronto a puntare i fucili con il tappo di gomma contro la sorellastra transalpina che ha richiamato l’ambasciatore neanche fosse stato riaperto il balcone di palazzo Venezia.

Dice: ma a questo Macron, stiamo sulle croste. Probabile, anzi di più. Però pensate cosa sarebbe venuto fuori se, negli anni ’80, Mitterand fosse andato a far visita a Curcio, Moretti o a qualche altro capo Br. Dice l’altro: non c’era bisogno, ce li aveva in casa i nostri terroristi latitanti. Ma questa è un’altra storia, diversa da quella del Di Maio che va, peraltro per farsi pure spernacchiare, a rendere omaggio a quei signori con i giubbotti che si indossano in caso di forature e che ogni weekend si rilassano mettendo Parigi a ferro e fuoco. Eh già, per tacer del Venezuela di Maduro e Guaido. Sortite dei ragazzotti post grillini, fiumi di parole a vanvera (ecco perché tutti ricordano i Jalisse e non i vincitori più freschi del canzoniere ligure) da cui Salvini si tiene bene al largo, anzi.

E allora il punto focale è un altro. Usciti dal porto i bastimenti carichi di quote 100 e redditi di cittadinanza, c’è il rischio concreto che la navigazione si incagli sui ghiacci provocati dalla gelata della crescita, prontamente certificata da quell’Unione europea che sta sempre lì a fare le pulci e succederà anche dopo il 26 maggio. L’impossibilità di mantenere gli impegni su cui si regge il contratto (il terzo pilastro quello della flat tax è già franato) potrebbe essere la cagione dei prematuri titoli di coda sul governo, conditi da un colossale decollo di stracci e accuse reciproche. A smenarci di più sarebbero, come detto, i “Five stars”. Ma sarebbe peggio dover disattendere l’elargizione della mance promesse a presunti poveracci o reali lavativi ed evasori fiscali. Ecco perché, qualcuno sta studiando un exit strategy. Sicuramente lo stanno facendo in casa Lega. Dalle parti di Di Maio e C potrebbe essere una sorta di spontanea autocombustione. Comunque lo scopriremo solo vivendo, la strofa di una canzone che ha il suo perché anche se non è mai passata dal palco dell’Ariston. Vorremmo solo evitare di scoprirlo vivendo peggio.

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