Una terra che rinuncia  alla propria storia

Una terra che rinuncia

alla propria storia

Tutto possiamo dire, tranne che quello caduto sulla testa della Pallacanestro Cantù sia un fulmine a ciel sereno. Ieri patron Dmitry Gerasimenko ha detto stop. «Non ho più soldi, mollo tutto. Arrivederci e grazie». Che poi, fosse solo quello… No, l’uomo venuto dal freddo per riportare Cantù ai fasti degli anni ’80, è finito dentro un intrigo internazionale, accusato di appropriazione indebita, inseguito dalle Procure del suo Paese, fuggito ora qua ora là (a un certo punto si disse che cambiava residenza ogni due giorni per evitare di essere localizzato), costretto a riunioni tecniche via skype. E se uno gli era antipatico teneva a far vedere che comunicava dalla tazza del gabinetto. Tutti i tre anni di questo personaggio sono stati strani, degni di un film di spionaggio, con situazioni tirate per i capelli e riacciuffate all’ultima ciocca, amico di Putin, nemico di Putin, esule e fuggiasco. Affondato con le vicende della sua acciaieria. Ci eravamo abituati alla sua anormalità, sua e della situazione. Cantù adesso rischia di sparire, di volatilizzarsi. Ma prima di occuparcene, vale la pena soffermarsi su quest’uomo che aveva fatto intendere più volte potesse finire male. Ma che ha sorpreso forse anche nel giorno dell’ultimo atto. Non la fuga, non la sparizione, non l’oblio. Ma una letterina: “Cari amici, sono senza soldi. Regalo la società, spero che ce la possiate fare”. L’epilogo di un uomo estremo e imperscrutabile, misterioso e menefreghista sin dal primo minuto. Uno che si era avvicinato a Cantù per farci giocare il figlio e poi la squadra aveva finito per comprarla. Un po’ come comprare Monza per farci guidare il pargoletto. Poi ha provato a giocarci lui, tentando di convincere gli allenatori a schierarlo qualche minuto, come aveva fatto con la sua squadra in Russia.

Cantù, e non solo Cantù, era spaccata su di lui. C’erano i “pro” e i “contro”. E per tre anni li hai sentiti al bar, all’edicola, nei salotti buoni o al palazzetto. Ma tutte e due le fazioni convergevano su un punto: il rischio che finisse così era alto. Altissimo. Chi lo ha difeso, lo ha fatto per amor di patria. Senza Dmitry Gerasimenko Cantù avrebbe potuto sparire tre anni fa. Vittima del male di cui soffrono tutte le società sportive del territorio: il disinteresse. Acuito dalla crisi economica. Sapete quante volte abbiamo avuto la tentazione di unire Como e Cantù nello stesso articolo?

Non lo abbiamo fatto per scaramanzia. E non è bastato. Ma quando, nella terra del lavoro la crisi morde, tutto il resto passa in secondo piano. Anche le gloriose società sportive. Che hanno dovuto aspettare i miraggi Essien o Gerasimenko per immaginarsi una vita in linea con la tradizione. Qui lo sport non è l’oppio dei popoli, il carrozzone con cui consolare le umane genti. Non è una critica né un applauso. Una constatazione. E così, dopo il Como, crolla anche Cantù. Lasciate in mezzo a una strada da un territorio che, immerso nei problemi delle ditte che chiudono, hanno derubricato lo sport a un accessorio superfluo. Non è una critica, né un applauso. Ma una constatazione.

Anna Cremascoli aveva lanciato l’allarme, nessuno ci aiuta. E così ecco l’uomo dal freddo. Che aveva portato con sé tutte le caratteristiche di chi poteva fare una brutta fine. Aveva chiuso una società di basket in Russia dalla sera alla mattina, ha assunto e licenziato con la formula della lotteria, non ha rispettato scadenze e impegni. Ha rischiato sanzioni e squalifiche. Già, ci eravamo tutti abituati alla sua normalità. Chi lo ha criticato è passato per nemico di Cantù, in una divisione delle parti anche un po’ triste. Chi poteva non volere il bene di Cantù? Dalla sua, però, aveva la passione. E questo lo rendeva simile ai tifosi. Almeno all’inizio. Quando ha fatto sparire la moglie Irina dalla scena e chiamato mr. Popov (no, non quello dello zecchino d’oro) a guidare la baracca, abbiamo sentito forte e chiaro il tremore della scossa di terremoto. Eppure, chi continuava ad appoggiarlo aveva le sue ragioni. Buttarsi, darsi totalmente nell’unico gioco possibile, anche se estremo. Chi è stato al suo fianco, può dire di aver fatto la sua parte e può essere orgoglioso di questo. Gli altri potranno consolarsi con l’“’io l’avevo detto”. Che non è una gran soddisfazione.

Ma le due parti sono unite dallo stesso destino: il territorio non è più padrone delle sue società storiche. Sardi, americani, inglesi, russi, indonesiani… Che hanno i soldi, ma poi possono stancarsi del giocattolino, dalla sera alla mattina, per noia o necessità. O problemi. È sempre il pericolo di queste situazioni. E lo diciamo mentre sta per arrivare un altro uomo da film alla guida del Como Calcio.

Che fine farà Cantù? Le parole di Popov hanno acceso il lumino della speranza, ma se guardate bene dentro le scatole vuote, vedete che qui si fa fatica a tirare tre partite. A meno di miracoli. E poi? Poi chiedete ai tifosi del Como, loro sono esperti. Anche nel sapere che non conta la categoria, ma la passione può restare intatta. Oddio: quasi..


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