Albavilla, il giudice archivia l’inchiesta
La morte di Mattia senza responsabili

La famiglia Mingarelli chiedeva nuove indagini per fare luce sulla tragedia del Natale 2018

È stato depositato nella mattinata di mercoledì 9 febbraio il decreto con il quale Fabio Giorgi, gip del Tribunale di Sondrio, ha deciso di archiviare il “caso Mingarelli”.

Provvedimento giunto a sette giorni dall’udienza di opposizione all’archiviazione, tenutasi il 2 febbraio scorso, alla presenza di Chiara Costagliola, pubblico ministero titolare dell’indagine, di Stefania Amato e Paolo Camporini, legali della famiglia della parte offesa, e di genitori e sorelle di Mattia Mingarelli, 30 anni, di Albavilla, per la cui morte era stato aperto un fascicolo contro ignoti per omicidio.

Una tesi, quella della morte violenta per mano di terzi di questo giovane rappresentante di vini per una ditta della Bassa Valtellina, fatta risalire al 7 dicembre 2018, giorno della sua scomparsa ai Barchi di Chiesa in Valmalenco, che non ha retto per la Procura e non ha retto, neppure, per il giudice Giorgi.

Per due volte la pubblica accusa ha chiesto l’archiviazione, una prima nel luglio del 2020, su istanza dell’allora procuratore di Sondrio, Claudio Gittardi, una seconda nel luglio dello scorso anno.

Ma se la prima istanza era stata respinta dal giudice dell’epoca, Pietro Della Pona, che aveva chiesto ulteriori approfondimenti alla Procura, la seconda, è stata accolta. Difficile, del resto, ipotizzare un epilogo diverso considerata la fermezza con la quale, la Procura, per il tramite del suo vertice, la facente funzioni Elvira Antonelli, aveva escluso eventuali buchi di indagine, elementi da riconsiderare, in ragione del fatto, aveva chiarito, pochi giorni fa, dopo la conferenza stampa indetta dagli avvocati della famiglia Mingarelli, il papà Luca, la mamma Monica, le sorelle Elisa e Chiara, «che ogni elemento oggettivo è stato considerato, per cui, per la Procura, è da escludersi che di omicidio si sia trattato».

L’esatto contrario di quanto sostenuto dai legali della famiglia, per i quali, Mattia, invece, non sarebbe morto cadendo nel bosco in cui è stato ritrovato la vigilia di Natale del 2018, da escursionisti che transitavano in zona, perché, a loro avviso, la morte sarebbe avvenuta altrove e, successivamente, il corpo traslato in quest’area boschiva del tutto defilata rispetto alla strada che dal Sasso Nero porta ai Barchi, dove non sono presenti sentieri tracciati e che si trova di là della pista da sci.

Per i familiari del giovane, immaginarlo correre giù per il pendio dei Barchi, al buio, su questa direttrice improbabile, e, poi, cadere in un tratto pianeggiante del boschetto e rimanere, lì, morto, per 17 giorni, senza essere notato neppure dai soccorritori, che erano transitati a sette metri dal cadavere, è inverosimile. Eppure, non vi sono elementi che rimandino ad altre cause di morte. Appare ormai acclarato, e la parola fine, se così si può dire, sulla vicenda, l’ha messa anche il giudice Fabio Giorgi, dopo attenta lettura degli incartamenti, si parla di 3mila pagine fra istanza di archiviazione e atti di opposizione.

Non deve essere stato facile, neppure per lui, stendere questo decreto debitamente motivato. Inappellabile, tra l’altro, perché gli avvocati Amato e Camporini, ora, possono solo formulare un reclamo di nullità dell’atto, nel caso la ravvisino, ma sarà improbabile che una simile eventualità possa palesarsi.

«Prendiamo atto della decisione del giudice - è stato il loro commento - Altro non vogliamo aggiungere. E, neppure i familiari di Mattia ritengono di farlo».

(Elisabetta Del Curto)

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