Tragedia in Valmalenco
«Non sono un eroe,
avrei voluto fare di più per aiutarli»

Parla il vigile del fuoco di Erba rimasto ferito nel tentativo di soccorrere le persone travolte dalla frana

Tragedia in Valmalenco «Non sono un eroe, avrei voluto fare di più per aiutarli»
Davide Rizzi

«La cosa che mi strazia è non aver potuto fare di più per quelle persone, non aver potuto raggiungere la macchina che si trovava dal lato opposto per dare un aiuto effettivo. Tutto qui, non è stato un atto di eroismo. Volevo almeno aiutare i soccorsi raccontando quello che vedevo, ma poi è arrivato il masso e sono finito nel fiume».

Davide Rizzi, 49 anni, parla al telefono dalla sua stanza all’ospedale Manzoni di Lecco. Il vigile del fuoco di Rogeno, volontario del distaccamento erbese, ha ricevuto solo ieri un nuovo cellulare: il suo è andato perduto in Valmalenco, nel terribile pomeriggio della frana che è costata la vita a tre persone tra cui la piccola Alabama Guizzardi, una bambina di soli 10 anni.

Mercoledì pomeriggio Rizzi si trovava nella frazione di Chiareggio insieme alla sua famiglia. Quando ha iniziato a piovere, è risalito in macchina: di lì a poco ha saputo della frana che ha investito la strada più sotto ed è corso a vedere che cosa stesse succedendo.

«Si parlava di quattro auto colpite, tre vuote e una di passaggio. Io ho visto subito un’auto dal lato opposto, non so dire se fosse quella con dentro le persone, ma ho capito che non avrei potuto raggiungerla. Ho pensato allora di poter aiutare a indirizzare i soccorsi, ma sono stato colpito da un masso all’addome, ho perso l’equilibrio e sono finito nel torrente».

Non c’è stata una seconda frana, chiarisce Rizzi: «Penso fossero materiali smossi ancora dalla prima scarica». Ferito, il vigile del fuoco è riuscito a uscire dal torrente per tornare verso la sua macchina.

«Nel tragitto ho visto il papà della bambina (la figlia era nell’auto colpita dalla frana con due amici di famiglia, ndr) che correva verso il torrente. Ho cercato di portarlo con me, l’ho preso per un braccio, gli ho detto “guarda come sono conciato io, rischi che cada un’altra frana, non andare avanti”. Poi l’ho perso. Con lui c’era anche un uomo con una tuta azzurra, non so se fosse un’altra persona che voleva soccorrere o se stesse assistendo lui».

Raggiunta l’automobile, Rizzi ha dovuto attendere l’arrivo dell’elisoccorso da Como. «Lì c’era un medico che si trovava in ferie proprio come me. So solo il cognome, Besuzio, ma ci tengo che lo scriviate perché lo devo ringraziare: ha trattato la mia ferita all’addome con garze sterili, tenete conto che nella ferita entravano mezzo palmo e quattro dita. Molto profonda».

Il bollettino parla di una ferita profonda che i medici del Manzoni hanno già pulito due volte dopo aver sedato Rizzi, cinque costole rotte, escoriazioni su tutto il corpo, qualche punto alla testa. «Dovrò stare qui almeno una settimana. Il male c’è, anche perché cerco di non abusare degli antidolorifici. Poi per rimettermi in sesto ci vorranno quaranta giorni».

L’importante è che sia andato tutto bene e che quel masso non abbia fatto danni più seri: «Le ossa hanno attutito l’impatto - spiega Rizzi - non ho avuto danni agli organi». Ora si prenderà tempo per guarire, sempre con il rammarico di non aver potuto fare di più. n Luca Meneghel

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