Martedì 10 Novembre 2009

Omicidio del furgone giallo
Terraneo rimane in carcere

Como - Niente libertà per Davide Terraneo. Nonostante l’interrogatorio, ieri mattina in carcere, il designer di moda accusato di favoreggiamento personale per uno dei presunti killer di Antonio Di Giacomo non è uscito di cella. Il giudice delle indagini preliminari, Pietro Martinelli, ha rigettato l’istanza presentata dal difensore di Terraneo. In sostanza, in attesa di conoscere le motivazioni, non ci sono le condizioni per alleggerire la custodia cautelare. Il primo a chiedere il rigetto delle istanze del legale era stato il pubblico ministero Antonio Nalesso, titolare dell’inchiesta sull’assassinio di via Cinque Giornate. A questo punto non è escluso che il difensore di Terraneo (il penalista Giuseppe Sassi) possa decidere di ricorrere ai giudici del riesame per sollecitare la scarcerazione del suo assistito.

Nel frattempo proseguono gli accertamenti della procura per riuscire a raccogliere elementi che possano far luce sulle effettive responsabilità nel delitto. È infatti ormai chiaro che la confessione di Emanuel Capellato, il primo a finire in cella per omicidio volontario premeditato, a casa del quale è materialmente stato ucciso Di Giacomo, non chiarisce il ruolo suo e quello di Leonardo Panarisi, pure lui al Bassone con l’accusa di omicidio. Da qui la necessità, da parte della procura, di affidarsi al lavoro della polizia scientifica per trovare risposte agli interrogativi rimasti ancora insoluti. Il pm Nalesso ha affidato a un biologo della scientifica di Milano, Roberto Giuffrida, un accertamento tecnico non ripetibile - e dunque con la presenza dei legali degli indagati - su alcuni capelli trovati a bordo del furgone di Antonio Di Giacomo, sul sangue rinvenuto nell’appartamento di Capellato e su alcune tracce sospette evidenziate dal luminol a bordo della Fiat Panda di Leonardo Panarisi.

La sensazione è che, ogni giorno che passa, gli inquirenti raccolgano elementi sempre più schiaccianti nei confronti di Emanuel Capellato. Uno su tutti le tracce ematiche nell’abitazione di via Cinque Giornate, ripulita alla buona dal figlio di Nilo il contrabbandiere (tanto che gli agenti della squadra mobile non hanno faticato a notare la presenza di sangue sui mobili della cucina, sulle porte e per terra). Decisamente meno gli elementi scientifici che possono portare a indicare Panarisi come uno degli autori materiali dell’omicidio, scontato - per stessa ammissione dell’indagato - il suo ruolo attivo nell’occultamento del cadavere.

s.ferrari

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