Giovedì 03 Dicembre 2009

Mamma e bimbo morti di parto
La Procura chiede nuove perizie

COMO - Sarà senz’altro un terzo consulente, un tecnico "super partes" nominato dal giudice preliminare, a chiarire se sussistano o meno colpe a carico dei medici e del personale paramedico che, nel maggio del 2008, assistettero Betty Petrone durante il parto che avrebbe dovuto concludersi con l’arrivo del piccolo Thomas, il terzogenito di casa, ma che si concluse con la morte di entrambi. È la conseguenza quasi scontata della decisione assunta dal pm titolare del fascicolo, il sostituto procuratore Valentina Mondovì, di chiedere al giudice preliminare un cosiddetto incidente probatorio, allineandosi alla richiesta già formulata da Marcello Campisani, l’avvocato dei figli e del marito della signora Betty, che in questo senso si era già espresso opponendosi a una iniziale richiesta di archiviazione della Procura.

Detto in soldoni: le prime consulenze tecniche del pm scagionavano gli indagati (in tutto 11 persone, tutte dipendenti dell’ospedale Valduce) tanto che la Procura aveva chiesto il non luogo a procedere.
Poi però il contrasto molto marcato con le conclusioni dei consulenti di parte civile (cioè quelli nominati dai familiari, secondo i quali ci furono omissioni e negligenze importanti da parte degli indagati), hanno spinto il pm a convenire sulla necessità di un supplemento di verifiche. Se tutto andrà come previsto, il giudice preliminare nominerà così nuovi periti, per dirimere la questione in modo definitivo con il cosiddetto incidente probatorio, in base a una formula che consente di congelare la prova e di acquisirla in vista di un eventuale, successivo processo.
La richiesta della Procura è stata accolta con soddisfazione dal marito di Betty e dai suoi figli. Domenico Montanino aveva invocato risposte in più di un’occasione, anche attraverso la televisione, chiedendo espressamente che si arrivasse in un’aula di tribunale, «per poter sentire da chi come me era in quella sala parto quello che è successo».

Le contestazioni più vibranti riguardavano, e riguardano, il presunto ritardo con cui la paziente fu sottoposta a taglio cesareo: la decisione - sostiene l’avvocato Campisani - fu assunta due giorni dopo il ricovero (e in contrasto con quanto già pianificato con il ginecologo di fiducia nel contesto di una gravidanza considerata "a rischio") e addirittura 55 minuti dopo l’inizio della sofferenza fetale.
La palla passa al giudice preliminare, che fisserà un’udienza e deciderà se dare corso alle richieste. La decisione appare scontata, ma per scrivere la parola fine in calce alla tragedia di Betty e del suo bambino bisognerà verosimilmente aspettare ancora a lungo.

s.ferrari

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