Lunedì 01 Febbraio 2010

Se ne andava 50 anni fa
faccia da schiaffi Buscaglione

COMO I riflettori del Teatro 10 della Rai sono tutti puntati su di lei, la  Tigre di Cremona, l’unica, l’inimitabile diva della canzone  italiana. “Che cosa sei? Che cosa sei? Che cosa sei?”,  domanda Mina, “Cosa sei?”. Ma dalle sue spalle non esce  l’azzimatissimo Alberto Lupo, autoironico, certo, ma anche  un po’ lugubre (“Preferirei non parlare”), non c’è spazio per  la poesia da cioccolatini (“Ma tu sei la frase d’amore  cominciata e mai finita”). No: a dividersi il piccolo microfono  c’è il grande Fred, faccia da schiaffi, anzi, da schiaffoni,  sorriso stretto, una smorfia alla piega delle labbra,  gesticola con l’inseparabile sigaretta (si fumava in tv, tanto  e di più). E allora,  squadrando Mina dalla testa ai piedi -  che sventola - girandole attorno come un avvoltoio fisso  sulla preda, allora sì che le avrebbe risposto a tono. “Che  cosa sei? Che cosa sei? Che cosa sei?” “Sai, piccola, io  sono Fred, ho il whisky facile”, “Cosa sei?” “Sono il dritto di  Chicago, bambola, e smettila di farmi domande”. “Non  cambi mai, non cambi mai non cambi mai...” “Che dici,  bimba...” “Proprio mai...” “Scherzi? Anzi, non avrei dovuto  cambiare, ingranare la quinta quella mattina all’alba, se  non avessi tentato di superare quel camion forse... Forse  questa canzone sarei davvero a cantarla qui con te. Pupa”.
Era il 6 febbraio 1960: sono passati 50 anni da quando  Ferdinando Buscaglione è stato estratto esanime dalle  lamiere della sua Ford Thunderbird tutta rosa per spegnersi  rapidamente, molto prima di arrivare all’ospedale. Chissà  come ci racconteranno questa storia quando la vedremo,  trasformata in fiction, titolo, originalissimo “Che bambola!”,  nel ruolo principale Filippo Timi, che fa ben sperare. Ma che  non ci vengano a dire che il personaggio era uguale alle  sue canzoni, quelle che si faceva “sceneggiare” da Leo  Chiosso (per inciso autore anche di “Parole, parole”, da cui  l’innocente sogno iniziale), che era un uomo circondato  dalle bionde platinée, che ne aveva combinate di cotte e di  crude, che correva come un pazzo sulla sua auto sportiva  americana, naturalmente ebbro di bourbon di marca. Era un  musicista, Buscaglione, un signor musicista: di quelli che  suonano qualsiasi strumento si ritrovino per le mani, dalla  tromba al contrabbasso, dal pianoforte all’amatissimo  violino, uno serio, uno che veniva dalla gavetta, un capo  orchestra di prima categoria capace di guidare i suoi  Asternovas dal tango al mambo passando per gli evergreen  del musical (che non erano ancora così “ever”), ai classici  della canzone italiana (che non erano ancora così classici),  ai lenti da far ballare guancia a guancia anche se,  naturalmente, il pubblico lo associava a quei pezzi da  mascalzone, da Clark Gable fuso con Bogart in qualche  vicolo della sua Torino. Amori? Uno, fondamentale, quello  per Fatima Ben Embarek, ribattezzata Fatima Robin’s  mentre Ferdinando diventa Fred. Forse non l’unica ma la  sola in grado di fargli davvero girare la testa fino all’altare:  corroso dalla gelosia (lei era cantante, ballerina e  contorsionista e, sicuramente, non passava inosservata)  riuscì a farsi piantare ma, pochi giorni prima del fatale  incidente, stavano per tornare assieme. Non aveva il whisky  così facile come amava far credere né era particolarmente  spericolato al volante: anzi, fu proprio un sorpasso  maldestro e tardivo a costargli la vita a soli 38 anni (anche  se l’aria sciupata da duro lo faceva sembrare molto più  maturo). Più che sulla fiction puntiamo sulla biografia in  uscita firmata da Giancarlo Susanna anche se il  commovente omaggio dell’amico Chiosso, “I giorni di Fred”,  che comprende anche tutte le apparizioni televisive, può  bastare. E lui ci guarda da lassù, dal cielo dei bar.
Alessio Brunialti

a.cavalcanti

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