I verbali della confessione:
"Gli ho sparato per disprezzo"

Gli stralci della confessione resa dall'armaiolo di fronte al capo della squadra mobile e del pm Antonio Nalesso: «Sono stato io a uccidere Giacomo Brambilla. Lo conosco da molti anni, dai tempi in cui faceva il parcheggiatore in viale Lecco».

COMO - Riportiamo di seguito ampi stralci della drammatica confessione che Alberto Arrighi ha fatto poche ore dopo il suo fermo, in questura a Como. Sono da poco passate le 18 di martedì quando nell'ufficio del dirigente della squadra mobile, Giuseppe Schettino, l'armaiolo di via Garibaldi si siede di fronte al pubblico ministero Antonio Nalesso dicendo: «Intendo rispondere. E ammetto le contestazioni che mi vengono mosse». Nel corso di un'ora e mezza di interrogatorio, Arrighi ha ripercorso i suoi rapporti con la vittima, Giacomo Brambilla, quindi ha parlato del delitto e infine del capitolo forse più agghiacciante, la distruzione del cadavere.
Per quanto riguarda la ricostruzione dei rapporti tra Arrighi e la vittima è bene sottolineare che quanto pubblicato qui sotto è la versione dell'armaiolo. Nel corso della conferenza stampa dopo il fermo di Arrighi e del suocero, Emanuele La Rosa (quest'ultimo accusato di occultamento e distruzione di cadavere) lo stesso questore, Massimo Mazza, aveva precisato: «Noi ci atteniamo ai fatti. Per quanto riguarda le dichiarazioni di Arrighi è la sua versione dei fatti, sulla quale dovremo ora trovare i riscontri del caso».

«Sono stato io a uccidere Giacomo Brambilla. Lo conosco da molti anni, dai tempi in cui faceva il parcheggiatore in viale Lecco. Nell'ottobre scorso mi sono trovato in difficoltà finanziarie: ero esposto con le banche che non erano più disposte a farmi credito ed ero in affanno pure con i fornitori. Un giorno in negozio si presenta il Brambilla, che era titolare di un porto d'armi. Mentre parliamo si accorge della mia preoccupazione e così mi confido.

Lui mi dice che avrebbe potuto aiutarmi, magari entrare in società con il 10% delle quote e avere così l'occasione di imparare un lavoro nuovo. Dopo pochi giorni torna e mi dà 50mila euro in contanti, promettendomene altrettanti: in realtà non ho mai avuto quella somma, ma in totale mi ha dato 89mila euro. Da quel momento l'atteggiamento di Brambilla è cambiato. Con la scusa di capire i problemi del negozio ha iniziato a controllare tutto: la contabilità, la merce, i conti personali. Voleva capire se mia moglie prelevasse dei soldi dal negozio.

Quando veniva in negozio Brambilla era accompagnato da Ignazio Sciarrabba, un suo aiutante sempre silenzioso: penso avesse la funzione di intimorirmi. Il 14 novembre Brambilla mi costringe a lasciare a casa i dipendenti, dicendomi che era l'unica soluzione per uscire dalla crisi. Io non potevo rifiutarmi di fare ciò che voleva, perché avrei dovuto restituire i soldi che mi aveva prestato e non ero in grado di farlo. A questo punto Brambilla mi propone una nuova società: dapprima con lui socio al 70% e io al 30, per poi dirmi che io sarei rimasto con appena l'1%. L'armeria avrebbe dovuto fallire e io non sarei stato liquidato. Brambilla aveva anche messo gli occhi sulle mie case: voleva ritirarle al 50% del loro valore commerciale, mentre io volevo monetizzare il più possibile per pagare un po' dei miei debiti.

Sabato scorso lui, assieme a tale Elena e a un certo Marco, un ragazzo molto robusto, si sono presentati in negozio e hanno spostato tutti i mobili senza chiedermi il permesso. Inoltre mi ha anche imposto di riassumere un commesso che prima mi aveva fatto licenziare. Domenica l'ho passata a ripensare alla situazione in cui mi trovavo.
Lunedì mattina Brambilla mi ha tempestato di telefonate sul cellulare. Allora ho deciso di incontrarlo per chiarire la situazione: gli ho detto di venire in negozio a fare due chiacchiere. Ci siamo dati appuntamento alle 14.30 all'armeria.

Una volta nel negozio siamo andati nella sala riparazioni, dove sul tavolo avevo lasciato una Luger calibro 22 che avevo appena pulito: volevo usarla quella sera stessa al poligono, con i miei allievi. Abbiamo parlato e ho detto a Brambilla che mi stava rubando tutto. Gli ho detto che non avevo intenzione di perdere la casa dove abitavo con mia moglie e le mie figlie. Lui mi ha risposto: «Tu non ha capito, bello, che di tua moglie e delle tue figlie non me ne frega un cazzo». Non ci ho più visto. Penso che Brambilla si fosse accorto che mi ero arrabbiato. Ho visto che ha portato la mano verso la sua pistola. Mi ha chiesto di dargli il numero del commesso che mi aveva fatto riassumere e si è girato per andare verso la sala armi. Aveva la mano sulla pistola.

Io ho impugnato la calibro 22 che era nel laboratorio, ho inserito il caricatore, ho messo il colpo in canna e gli ho sparato due colpi in rapida successione colpendolo alla nuca. Una volta caduto a terra gli ho preso la sua pistola, quella con cui voleva spararmi, e gli ho dato il colpo di grazia. Gli ho sparato al volto con la sua arma perché volevo esprimere tutto il mio disprezzo per quello che mi aveva causato da quando l'ho conosciuto.

Non capivo più niente. Dopo averlo ucciso ho tirato fuori dalla cassaforte dell'armeria una borsa di cuoio e un sacco della spazzatura, dove c'erano dei contanti che lui mi aveva lasciato in custodia. Succedeva spesso che Brambilla mi portasse dei soldi chiedendomi di custodirli: mi diceva che si trattava degli incassi dei distributori di benzina che lui aveva in gestione. Io ho svuotato le due borse e ho portato via i soldi. Poi mi sono cambiato, con alcuni vestiti che avevo in negozio, perché ero sporco. Una volta in via Garibaldi sono salito sulla Porsche Cayenne di Brambilla. Ho messo in moto e ho iniziato a guidare. Sono arrivato fino a Nova Milanese dove ho visto un benzinaio Shell e lì ho lasciato l'auto. Sono sceso è ho gettato le chiavi. Ho camminato per mezz'ora e ho raggiunto un fioraio a Paderno Dugnano, da dove ho chiamato un taxi che mi ha riportato a Como. Sono arrivato verso le 19.30. Tornato a casa mi sono fatto la doccia e mi sono cambiato. Mia moglie mi ha visto stravolto e le ho confessato di aver ucciso Brambilla. Poi sono uscito per andare al poligono di Tradate dove tengo un corso di tiro. Sono rimasto lì fino alle 22.30, quando ho ripreso l'auto e sono andato a Senna Comasco nella pizzeria di mio suocero, Emanuele La Rosa.

Ho raccontato a mio suocero quello che avevo combinato: lui non ci voleva credere. Abbiamo quindi pensato a un modo per risolvere il problema concordando su una cosa: il corpo di Brambilla non poteva restare nell'armeria. Abbiamo preso una coperta e una cinghia di tapparella e siamo andati a Como, io con la mia Bmw X5 e mio suocero con la sua Fiat Panda. Entrati in negozio, passando dal retro, ho pensato di staccargli la testa. L'ho fatto per eliminare le prove a mio carico, perché i proiettili erano lì e inoltre un corpo senza testa, soprattutto se trovato a distanza di tanto tempo, poteva essere difficile da riconoscere. Ho preso il seghetto che avevo in laboratorio e... Mio suocero mi ha aiutato: ha tenuto fermo il corpo. Finito, abbiamo avvolto il cadavere nella coperta, l'abbiamo legato con la cinghia della tapparella e abbiamo cariato tutto quanto sulla Panda.

A questo punto siamo tornati in pizzeria a Senna dove ho caricato il corpo sulla Bmw familiare di mio suocero e dove abbiamo lasciato il resto nel locale. Siamo saliti in auto e siamo partiti senza sapere davvero dove andare. Abbiamo imboccato l'autostrada a Fino Mornasco e poi abbiamo preso per il Sempione. Siamo usciti nelle vicinanze di Domodossola dove, su una strada di montagna, abbiamo lasciato il cadavere in un dirupo, dove poi ho accompagnato gli agenti della squadra mobile. Siamo tornati in pizzeria alle sei del mattino. Abbiamo nascosto i sacchetti dove avevo messo i miei vestiti e quelli di Brambilla: non so per quale motivo l'ho spogliato.

Quanto alla testa mio suocero mi ha dato una teglia e l'abbiamo messa nel forno della pizzeria. Tornato a casa ho fatto la doccia, mi sono cambiato e sono corso in negozio per pulire. Ho tentato di cancellare le tracce del sangue con l'ammoniaca. Alle otto e mezza mi ha raggiunto mia moglie.
Eravamo lì a pulire quando dal retro sono arrivati il mio ex commesso Marco, che proprio quella mattina avrebbe dovuto riprendere il lavoro, Ignazio Sciarrabba e un certo Luigi, che so essere un carabiniere che lavorava per Brambilla. Sciarrabba mi ha chiesto di dargli i soldi che erano nella cassaforte, quelli di Brambilla, ma io mi sono rifiutato. Allora ha preso un sacco dove io avevo messo la carta con cui avevo pulito le tracce di sangue e se ne sono usciti in strada. Appena fuori ho visto che hanno cominciato a guardare cosa c'era nel sacco. Quindi il carabiniere ha fatto una telefonata. Dopo qualche minuto sono arrivati gli agenti della squadra volante. Infine è arrivata la squadra mobile.
Quando Brambilla ha pronunciato quella frase su mia moglie e le mie figlie io non ho capito più nulla. La mia mente si è bloccata».
Sono le 19.20. Arrighi rilegge la trascrizione del verbale con la sua confessione e firma. Quindi si alza ed esce dagli uffici della squadra mobile. Viene caricato in auto: destinazione Bassone.
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