No del riesame alla liberazione
Il suocero di Arrighi resta dentro

Il Tribunale del Riesame ha sciolto ieri pomeriggio la riserva assunta nei giorni scorsi sulla richiesta di scarcerazione del suocero di Alberto Arrighi, Emanuele La Rosa, detenuto al Bassone dal primo febbraio scorso con l'accusa di avere collaborato alla decapitazione di Giacomo Brambilla

COMO Niente da fare. Il Tribunale del Riesame ha sciolto ieri pomeriggio la riserva assunta nei giorni scorsi sulla richiesta di scarcerazione del suocero di Alberto Arrighi, Emanuele La Rosa, detenuto al Bassone dal primo febbraio scorso con l'accusa di avere collaborato alla decapitazione di Giacomo Brambilla. Delle motivazioni che hanno indotto a respingere non si sa nulla, almeno per il momento, ma è evidente che il tribunale deve in qualche modo avere fatto sua - in un certo senso avvalorandola - la prospettiva del gup di Como Pietro Martinelli. Già questi si era opposto a una prima istanza di attenuazione della misura detentiva (non carcere ma arresti domiciliari) motivandola con il rischio che La Rosa potesse reiterare il reato di cui è accusato. Plausibile? Senz'altro non per i suoi avvocati, i legali Maria Susi Mariani e Mauro Navio, che alla luce di quel primo pronunciamento si erano risolti ad andare fino al tribunale del Riesame. La Rosa, 67 anni, suocero di Alberto Arrighi, rimane dunque in carcere, in una cella del reparto osservazione del Bassone, sorvegliato 24 ore su 24 dal personale della polizia penitenziaria e ricevendo regolarmente le visite dei figli. Il suo è forse il ruolo più oscuro, più ambiguo di una vicenda - l'omicidio e la successiva decapitazione di Brambilla - che rasenta già in sé i confini dell'inverosimiglianza. Dell'armiere di via Garibaldi, accusato di un omicidio volontario che rischia in ogni momento di tramutarsi in un delitto premeditato (sarebbe un'ipotesi a cui stanno lavorando gli inquirenti), dell'armiere si è già detto tutto, e cioé che avrebbe agito in una sorta di stato di coercizione psicologica, vittima del presunto tentativo di Brambilla di sottrargli il negozio. Ma sul ruolo di La Rosa restano tante domande a partire dalle ragioni dell'assenso accordato al genero che gli chiedeva un aiuto dopo il delitto. La Rosa, mancando di opporsi al progetto folle di «smaltimento» del cadavere (portato vicino a Domodossola, dopo essere stato decapitato nel retrobottega), ha in realtà contribuito a trascinare tutta la famiglia in un baratro di cui ancora non si vede l'uscita. Ora, per lui, si prospettano almeno altri due mesi di detenzione, fino all'esaurimento del periodo di detenzione cautelare.
L'inchiesta, coordinata dal pm Antonio Nalesso, sarebbe comunque prossima alla conclusione. Resterebbero davvero pochi dettagli: le telecamere a circuito chiuso del negozio hanno ripreso tutto, dall'omicidio alla decapitazione.

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