Lunedì 12 Aprile 2010

Deluxe, Duran Duran e affini
Un bel tuffo negli anni Ottanta

COMO Per qualcuno era semplicemente una questione di lacca e fard, per altri si trattava di un colossale abbaglio collettivo, i più attenti pensavano che l'equivoco non fosse universale ma riguardasse unicamente le sprovvedute giovani fanciulle che, fin dai tempi più antichi - ovvero quelli di Sinatra, poi di Elvis e dei Beatles - privilegiano aspetti estetici totalmente estranei alla musica. Perdonate il fastidioso sessismo di quest'ultima affermazione ma quando si assisteva allo spettacolo inqualificabile delle compagne di banco che si sdilinquivano per un'alzata di sopracciglio o per un broncetto delle labbra, che riempivano le loro pareti di poster e i nostri diari di adesivi sempre con le medesime facce burrose, disposte ad accapigliarsi nei corridoi per difendere l'onore e la virilità dell'idolo oltraggiato, di fronte a queste dimostrazioni era davvero dura essere moderni e tolleranti. Chi era giovane in quel primo scorcio d'anni Ottanta ha sicuramente capito: qui stiamo parlando di loro, dei Duran Duran e pure degli Spandau Ballet. La critica non li aveva presi sul serio considerandoli, a voler essere gentili, squallidi emuli dei Japan, discendenti deviati di quei primi sperimentatori che mescolavano elettronica e pop. Se, nel corso del tempo, nessuno avrebbe più osato prendersi gioco dei Depeche Mode o dei New Order (eppure all'inizio non erano affatto amati neanche loro dagli scribacchini: i tastieroni erano la nemesi del rock), per Simon LeBon e tutti gli altri l'ora del riscatto non era ancora arrivata. Certo, fuori tempo massimo, quando sfornarono la matura “Ordinary world”, qualcuno disse che, in fondo erano artisti ma il successo, quello colossale, era ormai sfumato assieme alla formazione originale, quella che si è riunita ora ed è solo un'altra band del passato che campa di rendita (ed è appena successo anche a Tony Hadley e amici). Ma qualcuno vuole restituire dignità a quei vecchi dischi: non storici ma discografici che, recentemente, hanno pubblicato una versione deluxe di “Rio”, l'opera numero due, l'unica che abbia goduto di buona stampa, se pur tardiva. Ora l'operazione prosegue con l'esordio, l'omonimo “Duran Duran” e “Seven and the ragged tiger”, trattati alla stregua di capolavori. Capolavori? O bufale? Con il senno di poi lavori interessanti, forse un po' troppo sopra le righe, sicuramente non meritevoli di svenimenti o fughe dalla casa natia ma neppure la terribile paccottiglia. Inoltre tutto il revival del periodo ha reso quei tastieroni sopportabili anche a chi li disprezzava. Il primo è quello ancora più “puro”, cerca la classifica con “Planet Earth”, “Careless memories” e, soprattutto”, “Girls on film”. L'altro nasce in un momento ben preciso, quando la “duranmania” era già bella che deflagrata nella perfida Albione ma qui era di là da venire (“Wild boys” uscì solo dopo questo disco). Più che per pezzi come “Union of the snake” o “The reflex”, ci piace ricordarlo per il titolo e per la complessa spiegazione che qualsiasi amichetta ti sapeva dare: “I sette sono loro, cioè Sàimon, Nick, Giòn, Roger e Endi più i due manager Maicol e Pòl, mentre la tigre stracciona è il successo che loro devono prendere per la coda”. Successo che, poi, ora lo sappiamo, sfuggì ai cinque, poi tre, poi di nuovo cinque, ora quattro Duran che, un po' imbolsiti, sono diventati simili ai dinosauri rock, solo di un'era geologica più recente. Nelle edizioni deluxe di “Duran Duran” e “Seven and the ragged tiger”, naturalmente, trovano spazio brani presi dai singoli, altri registrati per la BBC, versioni alternative, filmati, tutto quanto il necessario per un tuffo nel passato.
Alessio Brunialti

a.cavalcanti

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