Martedì 18 Maggio 2010

Parla la moglie di Arrighi:
"Alberto voleva proteggerci"

COMO La finestra incornicia le montagne. Ci sono il Generoso e, più in fondo, il massiccio del Rosa, bianchissimo di neve. Igerani sul davanzale sono secchi: «Mia madre dice che li sostituirà quando mio padre sarà di nuovo a casa».
Daniela La Rosa sorride trafficando attorno a una moka in una cucina zeppa di sole. Si vede che non si fida molto di chi le sta di fronte, di chi scriverà di lei e, di nuovo, di suo marito, della sua e della loro storia, del carcere, della morte, del destino.
Trentasette anni, due figlie, una vita accanto a un uomo «amato fin da ragazzina», Daniela è la moglie di Alberto Arrighi, l'armiere di via Garibaldi che a febbraio uccise e decapitò il "socio" Giacomo Brambilla, benzinaio 44enne con il pallino per i presepi, gli affari e le belle auto. Per lei si sono mossi in tanti: per capire, soprattutto, come possa capitare che un uomo "normale", con una vita e un lavoro normali, con un passato e un futuro radiosi, possa avere operato una scelta così definitiva, inappellabile. E oggi, rigirando il cucchiaio nella tazzina del caffé, sua moglie giura di non saperlo, di non poterlo sapere, di non avere certezze: «Mio marito mi ha sempre fatto ridere. Ma erano mesi che non lo faceva più. Chissà... Alberto era logorato. Sono attimi, non puoi sapere, non puoi giudicare...»
Signora, oggi come sta suo marito?
È difficile dirlo. Quando ci vede, quando vede me e la bambine si rasserena. Sa che gli vogliamo bene, che gli siamo vicini e che continueremo a esserlo. Io, tutti i miei famigliari e le sue figlie, che naturalmente lo adorano. Non è facile, specie per le bimbe.
Cosa sanno di papà?
Sanno tutto ma sono serene. Devo ringraziare in particolare la scuola, suor Anna Rosa e suor Celestina, rispettivamente presidi delle medie e delle elementari del collegio Santa Chiara di Muggiò. Ci sono state accanto fin dall'inizio, hanno aiutato le bambine a rientrare, hanno preparato i loro compagni di classe. Sembra impossibile, eppure nessuno ha mai fatto riferimento a quello che è capitato, né tra gli insegnanti, né tra i genitori e neppure tra i compagni. Mai niente, neppure un cenno. Le hanno protette, e di questo sarò sempre grata a tutti.
Cosa si aspetta dalla conclusione dell'indagine?
Non lo so. Mi aspetto che le cose tornino al loro posto, anche se mi rendo conto che sarà molto difficile. Mi aspetto che Alberto trovi la forza di affrontare il processo con la stessa energia che ha mostrato finora, con lo stesso coraggio e la stessa serenità. Noi gli saremo sempre accanto.
Si è molto parlato, in questi mesi, anche di suo padre, Emanuele La Rosa, del suo ruolo, del suo comportamento. Si è chiesta perché non abbia fatto nulla per aiutare davvero suo marito, per indurlo a chiedere subito aiuto, per fermarlo?
Guardi, mio padre è stato per certi versi trascinato in questa vicenda, ma altro non voglio nésaprei aggiungere. Ripeto: è impossibile giudicare. Oggi sono contenta di vedere che fisicamente papà sta bene, che è vicino ad Alberto, e che non ha mai perso stima né affetto nei suoi confronti. Si vogliono bene e si sostengono a vicenda. La vita in carcere è difficile, ma entrambi sono ben voluti da tutti.
Si sente di dire qualcosa ai familiari di Giacomo Brambilla?
È difficile, qualunque cosa dicessi rischierei di sbagliare. Però da mamma mi capita spesso di pensare a quel ragazzino, rimasto senza il padre. Ha più o meno l'età di mia figlia, solo che mia figlia il suo papà potrà vederlo ancora.
Lei ha detto che negli ultimi mesi suo marito era diverso, «logorato». Possibile che non abbia mai fatto cenno con nessuno ai suoi problemi, alle sue difficoltà?
Io sono convinta che Alberto abbia sempre voluto proteggerci, proteggere me e la sua famiglia, e che continui a farlo anche ora.
La mattina del 2 febbraio, quando suo marito è stato arrestato, lei era lì in negozio. Sapeva già tutto?
Certo, sapevo già tutto. Ma volevo essergli accanto. Vede, anche lì, anche quel giorno  Alberto ha voluto proteggermi. Quando ha capito che lo avrebbero arrestato e portato via mi ha allontanato con una scusa, mi ha mandato a spostare la macchina per impedirmi di vedere... L'avevo posteggiata male. Quando sono tornata, lui era già in questura. Questo è il mio Alberto, e quello che ha fatto non cambia nulla
Stefano Ferrari

f.angelini

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