Giovedì 01 Luglio 2010

Rumi, caso ancora non chiuso
E il Sant'Anna congela un milione

COMO Il caso Rumi è chiuso. Anzi no. A dispetto della cancellazione di una condanna a 5 anni e 4 mesi di carcere non già per una dichiarazione di innocenza, ma perché lo Stato ci ha impiegato troppo tempo a giudicare l'imputato, l'ex primario della scomparsa Chirurgia A dell'ospedale Sant'Anna potrebbe - e molti danno per scontato lo faccia - presentare ricorso in Cassazione. Un ricorso a senso unico, che può finire solo in due modi: con la conferma dell'estinzione per prescrizione oppure, ed è l'auspicio di Angelo Rumi e dei suoi legali, con l'annullamento della sentenza di colpevolezza di primo grado. L'eventuale ricorso ai giudici della Suprema corte, paradossalmente concesso anche a quegli imputati che hanno optato per non rinunciare agli effetti della prescrizione del reato, scegliendo quindi di non farsi giudicare nel merito dai giudici di secondo grado, non sarà a costo zero per Como.
Da anni, infatti, l'ospedale Sant'Anna è costretto a tenere in ghiacciaia oltre un milione di euro, soldi trattenuti al momento della sospensione dal servizio e che i vertici di via Napoleona dovrebbero versare al primario qualora i giudici dovessero dichiarare quest'ultimo innocente dall'accusa di aver causato la morte di sette suoi pazienti. Con il ricorso in Cassazione quel milione abbondante di euro, altrimenti destinato a eventuali investimenti per far crescere l'offerta del Sant'Anna, dovrà restare ancora congelato in attesa della definitiva sentenza.

IL COMMENTO
IL GUSTO AMARO DELLA GIUSTIZIA
di Paolo Moretti
Da quell'aula di tribunale usciamo tutti sconfitti. A testa bassa Angelo Rumi che, pur potendosi consolare con la cancellazione di una pena che avrebbe potenzialmente potuto aprirgli le porte del carcere, non si è scrollato di dosso l'onta di una sentenza di colpevolezza emessa da un giudice in nome del popolo italiano. A testa bassa anche l'ospedale Sant'Anna, costretto a risarcire i familiari delle sette vittime e da anni sotto scacco a causa delle pretese economiche del suo primario. Sconfitto pure il legittimo desiderio di giustizia e verità di chi, nel reparto diretto dal chirurgo, a cavallo tra la fine degli anni Novanta e il Duemila ha perso un proprio caro.
Ma a testa bassa, da quell'aula, esce soprattutto lo Stato, che nei sette anni e mezzo di tempo che s'è dato lui stesso per giudicare il professor Rumi è riuscito a celebrare soltanto il processo di primo grado. Un procedimento ostaggio di cavilli, consulenze, collegi peritali ad alta densità di pluridecorati professionisti che hanno preso tempo, litigato, aumentato il senso di confusione e smarrimento.
A undici anni dai funerali del primo paziente che, secondo la sentenza letta a Como, è morto a causa dell'imperizia e della negligenza del bisturi del professor Rumi, assistiamo oggi all'ultimo paradosso di un caso finito con una sentenza troppo lontana dal concetto di giustizia. Se lo vorrà, infatti, il professor Rumi, dopo aver comprensibilmente optato per la prescrizione del reato anziché chiedere la rinnovazione del processo, con tutti i rischi che ciò avrebbe comportato, potrà far ricorso in Cassazione. Lo potrà fare solo lui, per chiedere l'annullamento di una sentenza di colpevolezza la cui condanna è stata spazzata via per sempre dalla prescrizione. Un ricorso che, qualora non venisse accolto, non produrrà altri effetti che peggiorare quel gusto amaro della non giustizia assaporato dopo la sentenza di Milano.

f.angelini

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