Domenica 07 Novembre 2010

Il racconto di Vitali/2
In attesa con sette sconosciuti

Comunque sono certo che ebbi un brevissimo istante di felicità quando l'auto si fermò in un parcheggio sotterraneo. Vedere altre macchine, benché ferme, vuote, mi riempì il cuore di gioia. Benché ferme e vuote, quelle macchine portavano l'impronta dei loro autisti e passeggeri, esseri umani oltre a noi tre. Già, perché durante quel viaggio in auto, vuoi per il buio dell'esterno, vuoi per il silenzio nella macchina, s'era creata in me la suggestione che fossimo rimasti solo noi tre al mondo. Da qui quel brevissimo istante di felicità che il baffetto interruppe dicendo andiamo e indicandomi la strada verso un cilindro di cemento che, con tutta evidenza, ospitava un ascensore.
Una volta dentro ebbi la sensazione di essere chiuso in una bara, e vivo. Bastarono pochi secondi perché la fronte mi si imperlasse di sudore. Al baffetto non sfuggì.
«Cosa teme?», chiese.
Forse era la prima domanda dell'interrogatorio che sarebbe seguito.
«Gli ascensori», risposi.
Una risposta stupida anche se vera. Il baffetto accennò con la testa. Quando l'ascensore si fermò il display lampeggiava sulla T. Piano terra. Quindi il parcheggio, la macchina sulla quale avevo viaggiato, le altre macchine che mi avevano regalato un breve istante di felicità erano sepolte, lontane dalla crosta terrestre. Il baffetto disse: «Prego».
Uscimmo, lui davanti, io in mezzo, dietro l'autista che sparì senza che me ne accorgessi.
L'autista sparì, forse comandato ad altri servizi per quella notte che continuava a durare. Il tempo ormai era infinito, e buio. Giungemmo in una stanza illuminata al neon.
È la luce più falsa che c'è. Ti fa pallido anche se  non lo sei. O verde.
Il baffetto si avvicinò a un banco.
Silenzioso, ossequioso della procedura, attese la domanda.
Gliela fece una specie di porco in forma umana. Ne aveva le narici.
«Arresto?», chiese quello.
«Semplice controllo», chiarì il baffetto.
Il porco non disse altro. Prese in consegna la mia borsa e il documento. Poi fece un cenno con la testa, indicando una direzione.
«Mi segua», disse il baffetto.
Il corridoio lungo il quale lo seguo ha un odore di carta. Sembrava il corridoio della mie scuole d'infanzia. Un lungo corridoio, con le pareti dipinte sino a mezza altezza di un colore azzurro, tenue. L'odore di carta lo sa solo chi, prima di acquistare un libro, lo annusa. I passi del baffetto rimbombano di un'eco, i miei non sanno dove stanno andando. I miei passi hanno sempre avuto un incedere stanco. In quel corridoio cammino come se fossi ubriaco, la pianta del destro ben larga rispetto al sinistro. Ai miei lati sfilano le porte chiuse di uffici intestati, le targhette sulla porta. È notte, e chi ci lavora adesso dorme. Davanti a me il baffetto rallenta. Rallento anch'io, si ferma, io subito dopo. Apre una porta.
«Entri», dice.
«Aspetterà qui», aggiunge poi.
Dietro questa porta, penso io.
Laccata.
Sfregiata da qualche scritta.
Una porta.
La apre lui, il baffetto.
La porta si apre su una stanza che è banale, ma anche inevitabile, definire squallida. Ci sono panche lungo le pareti. Ci sono individui seduti in evidente atteggiamento di attesa. Ciascuno sta seduto a distanza dall'altro. Nessuno vuole contatti. Guardo anch'io dove posso sedere a ragguardevole distanza da chiunque. Il baffetto mi dà un lieve tocco sulla spalla, mi spinge a muovermi. Faccio due passi all'interno della stanza, mi fermo di nuovo, il baffetto raggiunge il centro della stanza, si ferma, parla.
Recitò una specie di formula, qualcosa che doveva essere scritto su un regolamento, qualcosa che per legge doveva essere obbligato a dire. Lo fece col tono di voce di chi per l'ennesima volta dice le stesse cose. Istruzioni per il nuovo arrivato, per me.
Che non ero in stato di arresto. Che ero lì per un semplice controllo. Che una volta effettuati i riscontri necessari mi avrebbero fatto sapere. Che si aspettavano da me la massima collaborazione. Che potevo uscire solo per i miei bisogni, ma accompagnato. Che la porta doveva restare sempre chiusa.
La chiuse lui uscendo dalla stanza. Solo allora avvertii l'intenso odore di sudore che galleggiava nell'aria. Non era solo merito dei presenti. Era anche un sudore di gente passata. La stanza non aveva finestre. Nessuno parlava con nessuno. Stavano tutti ad aspettare. Mi sedetti in un posto d'angolo. Diedi uno sguardo alla stanza. Incrociai le dita delle mani.
La luce, pensai.
Se non la spengono voleva dire che fuori era ancora buio, notte.
Un pensiero stupido, adesso ne ho coscienza. Una stanza senza finestre ha sempre bisogno di luce. Ma allora pensavo agli alberi, ai campi sconfinati, al buio e alle lontananze. A impronte anonime sulla terra nera. Smisi di pensare quando uno venne chiamato.
Venne chiamato gentilmente. Nome cognome. Non li ricordo.
«Venga con me».
Non era il baffetto. Il baffetto non comparirà mai più in questa storia. Un destino ridicolo il suo. Così importante fin qui, e poi più niente.
Era un altro. E con "altro" è detto tutto.
Nome cognome venga con me e la porta si richiuse. Cominciai a sudare. Il mio sudore aggiunto a quello di altri, di chissà chi. Cominciai ad avvertire la mancanza di aria. La porta doveva restare chiusa. Non pensai subito a contare quanti fossimo in quella stanza. Lo feci solo dopo che venne chiamato quello che stava nell'angolo opposto al mio.
Anche lui gentilmente, nome cognome venga con me.
Dopo il mio non ci furono altri ingressi. La notte probabilmente stava finendo. Eravamo in sette, otto con me. Chissà perché pensavo che quei semplici controlli avvenissero solo di notte. È un'idea alla quale nemmeno adesso riesco a dare una spiegazione.
Sei, sette con me, quando ne venne chiamato un altro.
Ogni tanto qualcuno muoveva la testa da un lato e dall'altro. Non era per guardare, di ciò sono certo. Erano movimenti e basta. Muscoli che volevano muoversi. A un certo punto mi chiesi se a qualcuno di loro fosse già capitato di essere in una situazione analoga. Chiedere qualche informazione, cercare di capire. La domanda non mi salì alle labbra, non mi vennero le parole. Sono convinto che se anche avessi parlato nessuno mi avrebbe risposto. L'angolo davanti a me era vuoto. Non avevano portato nessun altro.
Cinque, sei con me.
Contavo così, gli altri più me.
Non perché mi ritenessi più bravo, più bello, migliore. Era solo perché di quelli non sapevo niente mentre di me sapevo tutto. Sapevo la casa e la strada per arrivarci. Sapevo che mia moglie si rosicchiava le unghie. Cominciai a farlo anch'io. Ricordando quante volte glielo avevo rimproverato, ricordandolo mentre la porta si apriva.
Gentilmente.
Quattro, cinque con me.
Chissà come mai, adesso, in questa celletta quattro per quattro, l'aria non mi manca come mi mancava allora?
Mi mancava sempre di più. E man mano che gli altri venivano, gentilmente, chiamati, portati altrove. Anziché lasciare ossigeno a disposizione, sembrava che se lo portassero via. Forse erano ladri.
Io no, lo posso giurare anche adesso. Mai rubato niente a nessuno. Continuo a giurarlo, inutilmente.
Giuro davanti al muro, recitava una filastrocca.
È quello che faccio tuttora. Davanti al muro della  mia cella. Poi rido perché quello non mi risponde.
La panca sotto i miei occhi era vuota.
Tre, quattro con me.
Il muro davanti ai miei occhi rivela scritte e disegni sconci. Unghie che si sono consumate per lasciare un messaggio. C'è una casa, però, che sembra disegnata da un bambino. Che da questa stanza possano essere passati bambini mi lascia perplesso. Eppure la casa ha un filo di fumo che esce dal camino, l'albero davanti, il sole che sorge sulla cima delle montagne dietro la casa. Il disegno è di bambino. Il pensiero si interrompe quando ne chiamano un altro. Speravo fosse il mio turno. Ma sono entrato per ultimo, nessuno dopo di me.
Due, tre con me.
Notai che, insensibilmente, avevo assunto la postura di quelli che erano lì. Come fosse una regola. Mani tra le gambe, testa bassa. Occhi al pavimento. Aspettando l'invito gentile.
Nome cognome venga con me.
Nome e cognome non ero io.
Uno, due con me.

Andrea Vitali

b.faverio

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