Domenica 28 Novembre 2010

Il racconto di Vitali/5
"Chiuso in una cella"

Quinta e ultima puntata del racconto inedito di Andrea Vitali dal titolo «Documenti, prego». Nelle puntate precedenti il protagonista viene prelevato in un autogrill per un controllo da due agenti che gli chiedono i documenti, senza altre spiegazioni. Portato in una sinistra centrale, l'uomo dopo un po' riesce ad allontanarsi e a fare ritorno a casa. Al mattino, convinto di aver sognato, si avvia in auto verso il lavoro, quando un poliziotto lo ferma
per strada e gli chiede i documenti. L'uomo non li trova: per forza, gli dice il poliziotto, li ha lasciati stanotte alla centrale. L'uomo viene consegnato a un funzionario, che gli consiglia di confessare la sua colpa, qualunque essa sia. C'è un modulo che potrebbe aiutarlo: ma non è un foglio da compilare.

Si vede che è la prima volta che mi capita di subire un semplice controllo, dice il funzionario. E anche che non conosco nessuno che sia passato attraverso quell'iter.
Una vita tranquilla, casa e lavoro, mai un intralcio sino ad ora.
«Beato lei!», esclama.
In ogni caso il modulo non è un foglio di carta da riempire con risposte a domande precise.
«Come i questionari delle società di assicurazione oppure»…
«E allora cos'è?», chiedo.
«È un'unità organizzativa, autonoma, che fa comunque parte del complesso meccanismo di amministrazione della giustizia».
Poi il funzionario mi sorride.
«Non ha capito, vero?»
E poi ride francamente.
«Mi deve scusare», dice.
Ma il gergo, il vocabolario della burocrazia…
È talmente abituato a usarlo che spesso, quasi sempre, dimentica di avere a che fare con persone che svolgono lavori totalmente diversi, che usano altri linguaggi. Che non possono, lo comprende bene, sapere cosa sia un modulo.
Me lo spiegherà subito, in parole povere, affinché possa capire.
È una stanza, niente altro.
Per essere precisi, aggiunge subito dopo, sono più stanze, trenta, quaranta, il numero preciso non lo sa definire. La gestione dei moduli non è di sua competenza. Mi dice che il termine modulo è riferito ad ogni singola stanza. In ogni caso questo ha poca importanza. Ciò che conta, affinché comprenda bene, è che fra poco mi farà trasferire in un modulo tutto per me, una stanza tutta mia.
«Dove avrà tutto il tempo necessario per riflettere sulla colpa che non ha voluto o potuto confessare adesso e deciderà con comodo quando farlo».
Basterà poi dire al custode che sono pronto e in un battibaleno la mia pratica procederà.
«Altri aspettano», disse il funzionario.
Sempre affabile, paterno. Se avevo altre cose da chiedere lo facessi, ma in fretta, mi aveva dedicato sin troppo tempo. Il suo lavoro non gli concedeva un attimo di pace. Mi scusai e di getto poi, con una voce che non mi sembrò essere la mia, gli dissi che non avevo niente da confessare, che non avrei saputo cosa…
Mi interruppe.
«Così», disse, «non andiamo da nessuna parte e complichiamo la vita di entrambi».
«Le farò una domanda», disse.
«E veda di darmi una risposta sincera», disse ancora.
Risposi che lo ero sempre stato sino ad allora, che…
Mi chiese di tacere. Parlava lui adesso.
Doveva farmi la domanda.
Mi chiede in che condizione penso di essere.
Rispondo che mi sembra di essere…, mi imbarazzo, mi viene un po' di tosse, sento di arrossire, insomma non voglio essere offensivo o irrispettoso davanti a un funzionario così gentile, ma mi sembra, le parole escono da sole, mi sembra di essere in balia di altri, privo della possibilità di agire secondo la mia volontà…
Il funzionario sorride.
«Lo sapevo», dice.
È quello il mio errore. Pensare di essere in una specie di stato di arresto. Pensare che mi abbiano privato della libertà.
«Ma le pare che una giustizia possa agire così? Incatenare, mi passi il termine, persone senza che se ne conoscano le colpe, i delitti? Sono cose che forse succedono altrove. Ma non qui, glielo posso assicurare», dice il funzionario.
Solo dopo, disse.
Dopo, a prove acquisite, a confessione avvenuta.
Ecco, solo dopo, la giustizia scenderà in campo, compirà il suo iter. Allora sì che potrò considerarmi una sorta di prigioniero, potrò chiamare tutti gli avvocati del mondo, difendermi, giustificarmi, spiegare il perché del mio reato.
«Il modulo che il nostro sistema giudiziario ha inventato serve proprio a questo», disse.
Dentro il modulo in cui mi farà mettere avrò tutte le comodità che mi servono, mi verranno serviti pasti caldi, avrò anche l'assistenza di un medico qualora dovessi averne bisogno. Ma soprattutto potrò disporre di tutto il tempo necessario per riflettere sul mio reato e, quando avrò deciso di farlo, confessarlo.
Nel modulo.
Una stanzetta quattro per quattro. Priva di finestre. Insonorizzata. Ma c'è l'aria condizionata che scandisce il passare delle stagioni. Quando si avvia, capisco che fuori l'aria è calda, fioriscono i prati e gli alberi. E le foglie, come racconta mio figlio, ricominciano a parlare, dicendo anche parolacce. Una mano anonima mi passa la colazione, il pranzo e la cena. Ritira ciò che non assimilo. Non c'è altro spettacolo da guardare se non quel pulsante. Ciascun modulo ne ha uno. Va usato, premuto, quando il detenuto, ma il termine è inesatto secondo la legislazione vigente, si decide a confessare. Allora il funzionario responsabile della struttura comparirà per raccogliere la deposizione. Che deve essere circostanziata, precisa, puntuale.
Come, dove, quando, con chi. Nomi, testimoni, prove a carico. Non è ammessa alcuna furbizia, nessuna fantasia, pur di uscire da lì: sarebbe un reato, il peggiore, prendersi gioco della giustizia. Una volta in aula il colpevole deve essere inchiodato con certezza al proprio delitto.
Mi viene in mente che forse qualcuno nelle mie stesse condizioni può essere già passato da lì, dentro un modulo. Qualcuno senza delitti da confessare, senza testimoni della sua colpa inesistente da esibire. Qualcuno che credeva di essere scampato a un sogno ed è piombato in un altro, o viceversa.
Un bel giorno anch'io eviterò di ritirare la colazione, il pranzo o la cena. Capiranno che sono morto, invecchiato dentro il modulo pur di non confessare la mia colpa. Diranno che di cocciuti come me non se ne vedono tanti.
Io però non sono cocciuto. Piuttosto non ho la possibilità di inventarmi un delitto che non ho commesso, quale che sia.
Non potrò mai schiacciare quel pulsante, penso, mentre riparte l'aria condizionata.
È la quarta o quinta volta da che sono qui.
I prati rifioriscono.
Le foglie degli alberi ricominciano a parlare, a dire anche le parolacce.
Chissà se mio figlio continua a credere che sia possibile. (5. fine)

Andrea Vitali

b.faverio

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