Martedì 03 Maggio 2011

Gli schizzi di Fellini: così vedeva i film
prima di realizzarli sul set

Aprirà giovedì 5 maggio a Villa del Grumello la prima mostra voluta dal Comitato per la promozione dell'imprenditoria femminile della Camera di commercio di Como per rappresentare il ruolo della donna nel cinema italiano. Non si poteva che cominciare con «La visione di Fellini» - un intero universo femminile - in collaborazione soprattutto con la Fondazione Federico Fellini che porterà in riva al lago (fino al 15 maggio, martedì-venerdì 15-19, sabato-domenica 10-19) materiali e testimonianze originali della creatività del regista, a cominciare dai disegni, rimasti a lungo privati, del Libro dei sogni del Maestro, e da immagini fotografiche scattate dai più assidui "paparazzi" del tempo.

di Bernardino Marinoni


Veneri megapigie, un tantino goliardiche nell'esuberanza delle grandi forme, affollano i fogli che si sono accumulati sui tavoli - quelli del ristorante compresi, secondo la migliore tradizione - ai quali si è accomodato Federico Fellini armato di matite, penne, pennarelli coi quali ebbe un antico commercio. Donne e donnone spesso affette da ipertrofia mammaria sono state intese come il timbro del regista riminese, apposto su ogni genere di carta a portata di mano, espressione niente affatto esagerata del "posto smisurato" che la donna effettivamente occupa nell'opera non meno che nella vita del Maestro. Ma sarebbe assolutamente riduttivo fermarsi sulle gigantesse che rotolano di foglio in foglio in un'opera disegnata che accompagna l'esistenza (di giorno ma anche di notte, come ha infine rivelato compiutamente la pubblicazione del leggendario "Libro dei sogni", sulle cui pagine Fellini andò registrando con disegni e note la propria fervida attività onirica) e anticipa i singoli film del regista. «Perché disegno i personaggi dei miei film? - ha lasciato scritto - Perché è un modo per cominciare a guardare il film in faccia». E ancora più chiaramente: «Questo quasi inconsapevole, involontario tracciare ghirigori, stendere appunti caricaturali, fare pupazzetti inesauribili che mi fissano da ogni angolo del foglio, schizzare automaticamente anatomie femminili ipersessuate ossessive», insomma «questa paccottiglia grafica, dilagante, inesausta, che farebbe il godimento di uno psichiatra, forse è una specie di traccia, un filo, alla fine del quale mi trovo con le luci accese, nel teatro di posa, il primo giorno di lavorazione». Un lasciapassare, dunque, tramite un'infinita galleria di schizzi attraverso i quali il regista prende dimestichezza con i propri personaggi. Ma grazie all'uniformità dello stile, i disegni di Federico Fellini non hanno tardato a rivelarsi come «veri e propri manifesti programmatici dei suoi film». Un'opera grafica che non persegue fini estetici, ma libera, "sprigiona" idee; «i fogli felliniani - ha osservato Pier Marco De Santi che ha saputo organizzarne un convincentissimo itinerario filmografico - pulsano di notazioni cordiali, talvolta provocatorie, esibendo elementi emotivi e cronistici propri di un modo di disegnare divertito e liberante». La costante venatura umoristica dei disegni - che ha così spesso gratificato di caricature amici e frequentatori («ho sempre avuto questo tic incontrollabile - parole di Fellini - di fermare delle facce con una penna») - affondava radici in una pratica sul campo a Rimini, moderatamente utilitaristica, fin dall'adolescenza. Le caricature degli interpreti dei film in programmazione al cinema Fulgor, utilizzate propagandisticamente, gli davano libero accesso agli spettacoli, il successo dei ritratti dei villeggianti lo indusse ad aprire una minuscola bottega di caricature, mentre la collaborazione con un periodico umoristico fiorentino lo avvicinò all'universo dei fumetti, integrando una passione nata sulle tavole del Corriere dei Piccoli (donandone la raccolta a Vincenzo Mollica, gli raccomandò di «custodirla bene, perché da quei giornalini era nato tutto il suo cinema»). Poi si sa della collaborazione di Fellini al "Marc'Aurelio", celebre bisettimanale satirico romano, e nella Roma appena liberata del negozio di caricature dove si affollavano i soldati americani. Là, tramite Roberto Rossellini, il Cinema lo venne a cercare. Intanto però l'abitudine a far caricature, «che è uno dei fondamentali tramiti espressivi che lega il mondo del regista alle sue 'immagini' letterarie, grafiche e cinematografiche», aveva messo radici e gli schizzi, di regola riempiti di colori, non hanno più smesso di germinare. Quelli del "Libro dei sogni" sono da considerare tra i più belli dell'attività grafica di Federico Fellini (Tullio Kezich, biografo, confidente, amico del regista, auspicò che se ne occupassero infine gli studiosi d'arte): un labirinto di disegni e parole nel quale si accede dai sogni della notte per sbucare, conservandone intatto il mistero, in quelli provocati sullo schermo. Nei manifesti dei suoi film, invece, i disegni - non del regista però - sono infrequenti: l'illustrazione è spesso un'elaborazione fotografica, ma quello di "Amarcord" allinea tutti i personaggi disegnati sul proscenio dello schermo, secondo le indicazioni di Fellini all'amico pittore Geleng, con sullo sfondo anche il transatlantico Rex. Fellini medesimo ne avrebbe fatto il soggetto del manifesto di Cannes 1982, firmato, come sempre, "Federico".

b.faverio

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