Spera e Antonini
alla galleria Cart

Fino al 10 marzo alla galleria Cart di via Sirtori, a Monza, la doppia personale di Stefano Spera e Matteo Antonini. Monzese il primo e vigevanese il secondo, entrambi under 30, formazione parallela all'Accademia di Brera, selezionati dal premio Celeste nel 2009. Con una serie di lavori in anteprima.

Monza - Atto prima, scena terza, Macbeth, William Shakespeare. Le tre streghe sono appena sparite e Banquo parla con il generale. Lui risponde, quasi tra sé e sé: «Niente è, se non quello che non è». Che la determinatezza del reale rispetto alla percezione della realtà fosse un terreno da chiarire lo avevano detto in molti, prima di lui: una ventina di secoli di filosofia, per darla buona.

Ma poi, a farne i conti, il problema non cambia: cosa sia realtà e cosa percezione, e quanto sia invasivo il campo dell'immaginazione – l'immaginario, si dirà, il campo della fantasia che trasfigura la realtà – sulla percezione e sulla sensazione, sarà (a essere cauti, fino a oggi) materia di speculazione senza spade che spezzino il nodo di Gordio. Non è data spiegazione, ma è data interpretazione: se si vuole, approssimazioni di risposta. Ora: tornare a parlare di arte figurativa dopo un secolo di astrazione non è una resa di fronte né al mercato né alle leggi degli eterni ritorni. Figurazione è una risposta semantica al dubbio che nemmeno più l'astratto è necessario alla rivoluzione dell'immagine – dove un secolo fa la fotografia, ovvero l'esigenza descrittiva, rispondeva alla volontà di rappresentazione del reale più e meglio della pittura.

Un secolo dopo la fotografia adotta i canoni dell'astrazione e anzi, presa di rincorsa dalla meteorizzazione dei linguaggi dell'arte (i video, le installazioni, le coniugazioni digitali, la rarefazione di qualsiasi canone estetico e formale) li travalica. All'arte in sé, oggi, non importano lingua o stile, importa – come sempre – il dato estetico finale. E allora la figurazione, il nuovo figurativo, non sono più il linguaggio della rappresentazione della realtà, almeno così come immediatamente percepito: la figurazione è il racconto di una realtà percepita ancor prima che naturale. «Accettiamo facilmente la realtà – diceva Jorge Luis Borges nell'Aleph – forse perché intuiamo che nulla è reale». E quello è il baricentro: non la realtà in sé, che accettiamo perché facile, ma l'intuizione che nulla è realmente come sembra e che anche il sensibile, l'immediato, è già trasfigurazione: quello è il campo del nuovo figurativo.

Lo racconta Stefano Spera, lui sì, in modo oggettivamente reale: la serie di lavori che presenta alla galleria Cart (via Sirtori 7) raccontano Monza e ne raccontano prima di tutto la fisionomia comprensibile. Chidovecosacome sono il primo, sensibile, argomento delle sue opere, interamente dedicate alle geografia di Monza, scorci di piazza del Duomo e piazza Trento e Trieste, le architetture di via Cortelonga e le fuga dell'arengario. Non sono reali perché non sono l'oggettivazione di un dato visivo, sono la sua rilettura attraverso i canali dell'immaginazione.

Se non bastano gli altri lavori in mostra, lo sarà di certo la piazza Trento e Trieste che presenta nello sfondo l'illuminato teatro sociale di Monza nelll'area sovrastata dal fantasma del palazzo dell'Upim, un fantasma macbethiano: è più reale la sua rappresentazione di una memoria che nemmeno l'autore (per età) può conservare per esperienza diretta, oppure il dato oggettivo del presente? L'icona è una, ed è il Magritte della pipa che non è una pipa perché ne è solo la sua rappresentazione ma santo cielo, è proprio una pipa - e in fondo André Breton, il tenutario dell'ortodossia surrealista, diceva che «l'immaginario è quello che tende a diventare reale». Non perché sia oggettivabile, ma perché il confine tra l'immaginazione e la sua trasformazione in realtà è più fragile di quanto si sia disposti ad ammettere.

Stefano Spera, apparentemente, lo ammette, in modo plastico: i lavori presentati da Cart assomigliano alla realtà, o a una sua proiezione della fantasia, ma sono appunto tali, proiezioni. O meglio: prospettive, perché i sui pennelli raccontano su superifici che hanno già assorbito in tutto le diagonali del punto di fuga. Non sono quadrati, non sono rettangoli, sono deviazioni che la memoria assimila come punti di vista. Quelli dell'autore. Ma non è la mano a denunciarli, è la materia, il legno su cui sono dipinti.

Sono punti di vista anche se compresi in quattro angoli retti anche i lavori di Matteo Antonini (anche lui da Cart, fino al 10 marzo, da martedì a sabato, 15.30-19.30) quasi coetaneo, pavese e di formazione accademica identica: non quelli dell'osservazione di una realtà reinventata ma la celebrazione della memoria che si scontra con la realtà, spesso perdendone i confini. L'accumulo della figurazione, nel suo caso, non è altro che la percezione accavallata del presente, del possibile e di quanto i ricordi hanno assimilato: spesso filtrato dai mezzi di comunicazione di massa, permettendo a esistenze apparentemente non tangibili di incontrarsi. Come un rinoceronte e le architetture gotiche su un'impalcatura di anodino, massificato, arredamento in serie.

Dove in Spera lo stesso ambiente si sovrappone tra presente e passato, tra percebile e immaginato, in Antonini si riempono i confini di spazio e di tempo per sovrascrivere una realtà quotidiana alle cartoline dell'infanzia e alla raccolta personale di dati eterogenei sostenuti dall'esplosione delle informazioni. L'Africa in Toscana, in un salotto milanese. E allora un albero, che sarebbe pieno sul suolo della savana, non è che un tratteggio assimilato dalla grafica di un computer. Per rendere possibile, anzi reale, l'immaginario. Perché niente è più reale dell'immaginario.
Massimiliano Rossin

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