Lunedì 08 Giugno 2009

Pochi volontari e troppe sedi
E il dializzato è ancora a piedi

Nessuna soluzione. La signora Enrica Bianchi non ha ancora la garanzia che un’ambulanza possa trasportare il marito ottantenne in ospedale, tre giorni alla settimana. Un servizio indispensabile, visto che il signor Carlo, non autosufficiente, in ospedale deve sottoporsi a una terapia salvavita come la dialisi. Le decine di telefonate alle varie sedi della Croce Rossa, come raccontato su La Provincia di ieri, non avevano dato frutti: «Mi dicono che, per carenza di personale, non assicurano il servizio – ha ribadito ieri la signora di Albate – Abbiamo trovato solo una soluzione provvisoria, per pochi giorni, poi saremo da capo». Il caso ha portato alla ribalta il problema della carenza di volontari, confermato dal commissario del comitato di Como della Croce Rossa, Paolo Frisoni.
E anche il responsabile del 118 lariano, Mario Landriscina, conferma che i volontari, in campo sanitario, continuano a diminuire: «Purtroppo nell’ultimo decennio il numero è andato progressivamente calando – spiega – Il mondo del volontariato sanitario si è indebolito, le difficoltà esistono e sono marcate. Le cause? Sono innanzitutto di tipo sociale, una volta la gente faceva i turni e aveva tempo a disposizione, ora il mondo del lavoro è cambiato e le persone si organizzano diversamente. Inoltre, per diventare volontario è necessario un “investimento” importante, bisogna frequentare un corso di 120 ore e poi un altro se si vuole essere abilitati all’utilizzo del defibrillatore». Ma questo non basta a spiegare i problemi emersi clamorosamente in questi giorni, ci sono anche altri motivi: «Le singole organizzazioni di soccorso tendono a voler mantenere attive tutte le postazioni sul territorio, mentre in alcuni casi sarebbe opportuna un’aggregazione - dice Landriscina - Queste realtà svolgono un lavoro preziosissimo, tuttavia oggi più che mai dovrebbero mettere da parte i campanilismi e collaborare. Se da una parte ci sono due volontari e dall’altra uno solo, sarebbe logico mettersi insieme e costituire un equipaggio da tre persone, eppure spesso non accade. Da anni, per fare un altro esempio, sosteniamo che bisognerebbe creare un unico call center, ma non si riesce a raggiungere l’obiettivo proprio perché subentra una sorta di campanilismo». Pesa anche il venir meno degli obiettori di coscienza (dopo la riforma del servizio militare), così come l’allungamento dell’attesa di vita. Landriscina definisce la carenza di volontari «un problema sociale» e sottolinea: «Vista la situazione, bisognerà aumentare le tariffe, per poter assumere qualche dipendente in più. Ma serve anche altro, in primis un sostegno maggiore da parte delle amministrazioni locali e poi azioni periodiche di sensibilizzazione rivolte ai giovani». Proprio nelle nuove leve sono riposte tutte le speranze: «Oggi i ragazzi faticano a vedere nel volontariato un’opportunità, preferiscono andare in discoteca e fare meno fatica. Eppure le soddisfazioni non mancano, basti pensare che più di 1.100 persone hanno usato il defibrillatore e, quindi, salvato una vita». Se non tornerà a crescere il numero di giovani disposti a impegnarsi, subentrerà un altro modello organizzativo: «Compariranno cooperative o vere e proprie aziende di trasporto, come accaduto in altre province lombarde. La nostra, finora, si è sempre retta sul volontariato».

a.cavalcanti

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