Lunedì 13 Luglio 2009

In Abruzzo, taci e tira
Così si fa onore un alpino

Uno zaino pieno di bene. Uno zaino alpino, dei nostri alpini, i primi a partire per l’Abruzzo sconvolto dal sisma, inquadrati nella Protezione Civile, ma soprattutto vestiti di quella lunga tradizione di solidarietà e di sacrificio che rende una Penna Nera diversa da tutti, simbolo della meglio gioventù. Lo spirito alpino è sempre giovane. Non importa l’età anagrafica del singolo: è partito il non ancora trentenne, perché figlio, nipote e forse anche bisnipote di alpino; è partito l’ultrassessantenne che sogna ogni notte le marce quand’era di leva, è partita anche una ragazza perché fa parte della Famiglia Alpina (iniziali maiuscole) e la sua fibra è fatta di quello spirito. È rimasta qua l’organizzazione, per gestire il magazzino e gli aiuti, per tenere un filo diretto quotidiano più volte al giorno con il gruppo sul posto  e senza quest’organizzazione un po’ militare e tantissimo  cordiale, il racconto sarebbe solo uno dei tanti.
L’altra sera, nella sede della Sezione Ana di Como si sono ritrovati tutti a rapporto dal presidente Achille Gregori e dal consiglio direttivo «per non far cadere la tensione:  il nostro cruccio è la percezione che i terremotati passino in secondo piano, insieme al passare del tempo. Invece no, dobbiamo rimanere vigili ed attivi», dice Gregori. E tutti sono d’accordo. Di botto, subito, sono partiti in 17, da Como e dal 6 aprile, a turni, si sono alternati in un centinaio, coordinati da Marco Gesilao. Sarà ancora così fino a settembre, turni di attività nelle zone terremotate dalle sei del mattino a mezzanotte, oltre alla vigilanza notturna e più di una volta è capitato di lavorare in piena notte per realizzare pozzetti e condutture antiallagamento delle tende e del campo.

L’ULTIMA NINNA NANNA Ma non è niente il lavoro, per loro: meglio tirare in piedi, come hanno fatto i nostri alpini, 150 tende in una giornata che assistere all’ultima ninna nanna per  un bambino. Hanno chiamato la Fanfara a suonare il Silenzio, hanno eretto una lapide, hanno pianto con tutti quelli che piangevano ed è stato così per tre mesi, vita, stati d’animo, momenti belli e momenti tragici intrecciati tra Penne Nere comasche e gente del posto. Dapprima, hanno affrontato l’emergenza, ripulendo piazzali, montando tende ed attrezzandole. Poi, hanno gestito due campi, a Monticchio, 500 sfollati e a Globo, 1050 residenti e, contando anche l’Esercito, la Croce Rossa, i volontari, hanno servito pasti per almeno 1.300 persone, tre volte al giorno, hanno pulito servizi, hanno provveduto alla manutenzione e hanno anche rasserenato gli animi coinvolti in conflitti. Nelle tende, la convivenza è difficile, soprattutto tra non familiari e le condizioni climatiche sui disagi esasperano. Gli alpini hanno messo in opera, secondo necessità, condizionatori o stufette e le hanno fatte funzionare. «Siete angeli», ha detto loro, più volte, la gente, quando li vedeva lavorare nel fango, intenti ai fornelli, alla distribuzione dei pasti, alla disinfezione. Ma siccome le Penne Nere, anche nelle condizioni più difficili, sono capaci di allegria, adesso scherzano: «Volevano venir tutti a mangiare da noi, perché applichiamo fantasia nei menù, abbiamo cucinato specialità di Bolzano e di Cagliari, abbiamo preparato pietanze dietetiche per i malati o adeguate per i musulmani, sempre piatti ottimi ed abbondanti, dal gulasch ai bastoncini di pesce».

IL TENENTE E IL PIANTO Ci ridono sopra. Dapprima, hanno assistito persone atterrite e sconvolte, intimidite e poi le hanno viste acquistare coraggio e, infine, aprirsi alla speranza ed è questo ciò che conta. «Ci sono stati giorni in cui quel nodo in gola non se n’è mai andato. Giorni in cui non riuscivamo neppure a chiamare a casa. Ma c’è stato un giorno in cui ci hanno chiesto di preparare una festa di laurea, in tenda ed è stata una gioia vera, commossa. Ed una notte in cui lottavamo contro la pioggia battente, una donna è uscita dalla tenda, ci ha osservati e ha detto: questa è la vera Italia». Hanno trovato computer e macchine per scrivere la tesina della maturità di un ragazzo che voleva far le cose per bene, tempo per l’ascolto, una carezza quando non c’erano più parole. E una sera, Nando Colombo , titolare della pasticceria Monti - c’era anche lui, alpino tra gli alpini - si mette a  parlare con un volontario di Lecco, cappello da artigliere alpino, classe 1955. E viene così a conoscenza di una storia mai saputa: il commilitone era a Gemona, Friuli, nel 1976, era tenente, si salvò dal terremoto che travolse la caserma, ma 24 artiglieri  persero la vita. Un sacrificio alpino, come i sacrifici degli alpini nella neve, nelle trincee, sulle montagne, sotto il Tricolore. Erano giovani, forti e il Corpo li piange da allora. Il tenente lecchese tornò a casa e  33 anni dopo  s’è presentato a L’Aquila, ha raccontato la storia. Si chiama Claudio Martinelli, risiede a Robbiate, porta nel cuore la divisione Julia, 22° Batteria, tas e tira, taci e tira.
Adesso, la sezione di Como sta collaborando con l’Ana nazionale per la costruzione di un intero villaggio, Fossa, prefabbricati su plinti antisismici per abitazione e per servizi, biblioteca, ambulatori e tutto quanto serve in un paese. Tas e tira.
Maria Castelli

a.cavalcanti

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