Lunedì 03 Agosto 2009

Guido, il nipote di Luchino Visconti
Sul lago gli scatti d'autore

Il ragazzo ha i ricci neri e una macchina fotografica sempre al collo. I suoi occhi, verde gatto, s’incendiano per l’entusiasmo mentre parla dei suoi lavori. Il suo sguardo, profondo come il mare, si vela di colpo di malinconia quando ragiona sulla vita. Il ragazzo ha 21 anni, un prozio che si chiama Luchino Visconti e uno zio, Giovanni Gastel, che ha conquistato un posto tra i sette fotografi di moda più importanti del mondo.
Il ragazzo è Guido Taroni, cresciuto tra Como e Villa Erba a Cernobbio. Anche se di mestiere fa il fotografo, la sua bellezza ha fatto colpo sui manager della Tod’s. A settembre la sua immagine, in smoking Dolce e Gabbana, con lo sfondo di villa Balbiano, farà il giro del mondo insieme a quella di altri testimonial, con tanto di nome sotto le scarpe con i pallini. «Pensa che mi ha già intervistato Esquire - dice -. Certe volte mi dico, cavoli, ho solo 21 anni e quante cose ho già fatto».
Un modello e un fotografo di grido, quando ancora tanti ragazzi della sua età stanno studiando (lui ha un diploma in lingue).
Parte avvantaggiato, è vero, eredita il gusto del bello dalla madre Anna Gastel, storico dell’arte e presidente Fai Lombardia, impara a creare dall’eclettico padre Giorgio, creatore di tessuti prima, e gallerista e collezionista d’arte poi. Respira arte e si nutre di bellezza, ma poi va avanti con le sue gambe e avanza veloce, senza dimenticare le sue radici.
«Io adoro il lago. Il primo scatto, quello che mi ha portato fortuna, era un tacco su un motoscafo Riva. Avevo solo 17 anni, non avevo i soldi per pagare una modella, ho preso una mia amica, ho inquadrato la sua gamba, fasciata da una calza di mia mamma e infilata in una scarpa con un tacco a spillo. Un tacco sul motoscafo, dove si va a piedi nudi. Una sfida, che ha funzionato. L’hanno scelta per Arte Navale».
Guido ha ereditato l’occhio dello zio, ma la parte scenografica, la preparazione, la ricerca del dettaglio, la costruzione dell’ambiente, quelle le ha ereditate dal prozio. «Lo stilista Lorenzo Riva mi ha commissionato quattro scatti per i suoi abiti da sposa che usciranno su Vogue sposa di settembre. Le foto le ho fatte a Villa Erba, la casa della nonna, una nonna speciale, che adoravo. Lì c’era una statua che era perfetta, sono venute benissimo. Sono stato felice che Riva abbia scelto proprio me, quest’anno ho avuto molti lavori importanti ed emozionanti e tutto ha iniziato a girare alla perfezione. Coccinelle mi ha fatto fare una campagna e poi la Tod’s mi ha preso come modello. In più, una cosa che mi fa immenso piacere è che ora, solamente con il passaparola, ci sono molte persone che vogliono farsi fare un ritratto da me. Questo mi rende proprio felice. Perché si fidano ciecamente di me. Mi fanno scegliere tutto, dall’ambientazione agli abiti, all’inquadratura. Sono stato a Londra, St Moritz, in Spagna, questa dei ritratti sta diventando un’attività importante. E anche se andando avanti sarà sempre più difficile che possa decidere tutto da solo, dal niente alla cornice finale, per ora avere carta bianca è un grande privilegio, perché vuol dire essermi guadagnato la fiducia». L’aggettivo che ricorre più spesso in chi conosce Guido è «adorabile». E infatti lui è proprio così, adorabile. Vive con la musica di Maria Callas come colonna sonora e da lì trae ispirazione. Legatissimo alla sorella Virginia, che già studia da regista teatrale («Lei è quella studiosa e intellettuale della famiglia, io sono più creativo»), Guido ha una sensibilità che lo riporta di continuo al passato. «Non sono un fotografo da calendario, amo fotografare all’aria aperta. Mi piace inserire le modelle in un contesto naturale, accostare le donne ai fiori, e in questo senso il lago offre scenari romantici e decadenti come piacciono a me. Cerco sempre di catturare l’anima di quel che fotografo, fosse anche un sasso». Quando è lui a essere fotografato, la sua anima cambia. Può sembrare un modello americano, un ragazzino, un manager o un angelo maledetto a seconda di come lo vede chi gli punto l’obiettivo addosso. «Ho la casa piena di foto scattate da me o che altri mi hanno fatto - sorride - perché le foto riempiono di colpo le stanze di vita, di affetto, di storie»
Una foto, un ricordo, un sorriso, un ombrello su una pioggia di malinconia per tenere sempre vivo l’entusiasmo.
Anna Savini

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