Giovedì 15 Maggio 2008

Come guarire dal mal d'amore

C’è un libro, Cuori allo specchio che andrebbe messo nelle cartelle dei bambini e negli zaini dei ragazzi. Andrebbe conservato fino alla vecchiaia e letto ogni volta che una storia d’amore va storta. Pare succeda spesso. Anzi, quasi sempre, guardando dieci anni di lettere alla posta del cuore tenuta dal giornalista della Stampa Massimo Gramellini. Per chi sta dalla parte sbagliata, dalla parte di quelli lasciati o traditi o innamorati senza essere ricambiati, mal comune, mezzo gaudio non è mai una consolazione. Gramellini lo sa. E cerca di mantenere l’ottimismo in ogni risposta. Dall’alto del suo scarso curriculum sentimentale («cotte più o meno corrisposte, solitudini indossate con rabbia mista a compiacimento, amori grandi e piccoli. Storie sbagliate al momento giusto, storie giuste al momento sbagliato, matrimonio, separazione, divorzio, seconda giovinezza e secondo matrimonio»), diventa sempre più psicologo a ogni risposta e si conquista sempre più la fiducia dei lettori. Le lettere del libro le ha scelte sua moglie.

CONTANO I FATTI
La sua teoria per confortare i cuori infranti dalla malattia dell’amore («Che non è solo un’emozione cruenta e cutanea. È un marchio nella carne. È il sentirti incompleto o inespresso senza di lei») è che bisogna arrivare alla nausea prima di riuscire a mandare al diavolo ex mogli, mariti, fidanzati, fidanzate inadeguati. Quando il vaso è colmo (e il colmo in tutti i casi è qualcosa che per gli altri sarebbe arrivato qualche secolo prima), anche il più innamorato degli innamorati senza più un senso risorge. Perfino il marito che è stato tradito prima, dopo, durante il matrimonio, lasciato, ripreso, tradito di nuovo. Diciassette chili persi, un tentato suicidio, una moglie che continua a fargli del male. E Gramellini che gli suggerisce una lettera da spedire a quella donna il cui riassunto è: «Cara mia moglie adorata, se non ti dispiace sarei stanco di permettermi di farmi del male». E poi conclude: «Prima lezione di autostima: strappa la lettera e scrivine una tu».

L’AMORE È IL PERCHÈ
Indulgente sul perché si sopporta tanto («L’amore non ha un perché. L’amore è il perché. Non è vero che i protagonisti di tutte le storie d’amore, cioè tutti noi, siamo animati sempre e soltanto da impulsi trucidi e ottusi») consola il ragazzo di 18 anni, né bello né brutto, che non riesce a farsi avanti con le ragazze che gli piacciono per paura del rifiuto, la quattordicenne che non vuole truccarsi, drogarsi, fumare, bere, fare sesso e quindi non si trova con le coetanee. E tutti quelli che sono stati scaricati: «Ma l’amore non è cieco. È un miope. Che per l’emozione dell’innamoramento ha dimenticato gli occhiali sul comodino. Però prima o poi li ritrova e a quel punto è importante che gli piaccia quello che vede. Solo così, forse, prenderà la maiuscola e diventerà Amore».

LE DONNE SI CONQUISTANO ASCOLTANDO
Al trentenne che si dichiara talmente deluso dalle donne da essere convinto di restare solo per tutta la vita Gramellini dà una bella strigliata: «Credere che il 99% delle ragazze della tua città abbia occhi solo per gli invitati alle feste vip significa costruirsi un meraviglioso alibi per restare eremiti a vita. Tu trovi che le donne siano vuote e fasulle. Ma hai provato a conoscerle davvero? Le donne non si conquistano con la parola, ma con le orecchie. Finchè cercherai conferme su te stesso, non otterrai che rifiuti. Alla fine sono esseri umani, mica psicanaliste».
Ma anche alla ragazza di 25 anni che non ha storie e si lamenta perché tutti le raccontano le loro: «Devi vincere il blocco che ti costringe a stare a bordo vasca. Buttati. Anche se prenderai una spanciata».
E per chi proprio non riesce a uscire dalle storie d’amore fallite, il giornalista propone la teoria della rottura della scatola di Bjorn Borg: «Ogni essere umano tende a imprigionarsi dentro una scatola che si costruisce da solo o che gli altri hanno costruito per lui. È la scatola dei non ce la faccio e dei non si può. Le sue pareti sono composte dai nostri pensieri di debolezza e paura, che addebitano sempre a qualche causa esterna (la famiglia, la società ingiusta, la sfortuna) le ragioni di una scelta vile o comunque riduttiva, che ci consente di utilizzare soltanto una minima parte delle nostre facoltà. Se riuscissimo a guardare oltre la scatola, scorgeremmo orizzonti nuovi nei quali liberare la personalità rattrappita. Restando chiusi là dentro, invece, finiamo col credere davvero che i confini della scatola coincidano con i confini del mondo e di ciò che è possibile per noi. La scatola è una prigione. Ma una prigione comoda perché scalda, protegge e soprattutto concede un alibi formidabile alle frustrazioni. Ma se abbiamo la forza di romperla, faremo una scoperta clamorosa: che ognuno di noi può essere molte più cose di quello che crede».
E per tutte le coppie che saltano dopo l’inizio di convivenze e matrimoni, la ricetta è una sola: «Sono i progetti che tengono in piedi i rapporti. Ma soprattutto non bisogna mai smettere di fare l’amore. Se si smette e si inizia a parlare, la soluzione si allontana sempre di più».
Anna Savini

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