Fortuna e il male

che cova in noi

Gli esseri umani nascono puri, cristallini e angelicati, ma poi è il mondo, la società e la sovrastruttura a corromperli, a deviarli, a perderli.

La morte spaventosa di Fortuna Loffredo, la bambina di sei anni violentata e scagliata dall’ottavo piano di un caseggiato della provincia più profonda, degradata e immorale del nostro eterno sud, con tutto il suo contorno di sevizie, di nequizie, di vergogne, di omertà infide e purulente, di vuoto culturale, sociale, umano, di abissi dell’ignoranza e dell’alienazione, negli ultimi giorni ha giustamente inondato le pagine dei giornali e i servizi televisivi. E non poteva che essere così, visto l’orrore crescente che avvolge l’intera vicenda e che sembra coinvolgere non un singolo pervertito criminale, ma tutta una comunità regredita a livelli pre-umani, pre-sociali, di violenza e abbruttimento.

E da qui, tra i tanti filoni scaturiti dalla storia, il più intenso sembra quello legato alla riflessione su quanto sia inevitabile, addirittura quasi matematico, che territori così abbandonati, comunità così sfilacciate nel segno del più vieto familismo amorale e autoritario, umanità così svilite e prive dei minimi codici etici di riferimento, producano conseguenze così tragiche. Il sonno dello Stato genera mostri. Là dove mancano scuole e asili e campi da calcio e cultura diffusa e fede genuina e lavoro e mezzi economici e dove, al contrario, e anzi proprio per questo, prosperano criminalità, spaccio, sacco urbanistico, dissesto idrogeologico, modelli consumistici snaturanti e massificatori, ecco che sbocciano la perversione, la pedofilia, lo stupro, il silenzio e il plagio degli innocenti, l’omicidio, il vilipendio del cadavere. E non c’è nulla, ma davvero nulla di più intollerabile nell’universo, della violenza e dell’assassinio dei piccoli, degli inermi, dei soli, dei deboli, degli indifesi.

E quindi, se questo ragionamento ha una logica, nel caso noi tutti assieme fossimo capaci di produrre questo sforzo enorme, di immolarci in questa missione eroica, in questa sfida al male che pervade il mondo ed essere in grado di bonificarlo e mondarlo e ricacciarlo negli inferi, sostituendo a ogni rondò abbandonato una palestra pulita e funzionale, a ogni compro-oro una scuola aperta tutto il giorno e tutti i giorni, a ogni ricettacolo di tossici un oratorio pulsante di vita, di gioventù e di speranza, a ogni strada sterrata e fangosa una fermata del bus che, puntuale ed efficiente, ti porti ovunque, a ogni palazzaccio lurido, fetido e sgocciolante dei giardinetti attrezzati per i bimbi, delle case spartane ma pulite e dignitosissime colme di libri e amore e condivisione, il problema sarebbe risolto. Bella, vero, la marcia della nostra umanità, dolente ma orgogliosa, verso le sue magnifiche sorti e progressive? Davanti ai nostri occhi ottimisti si squaderna un percorso lunghissimo, ma già segnato, per salvare gli esseri umani dal loro stato di involuzione e avvilimento creato da secoli di soprusi e ingiustizie. Percorso sino al suo termine, tutto sarà compiuto e vivremo felici e contenti.

Beh, non è così. Questo è il più suadente e velenoso degli inganni, figlio di quella sottile cultura rousseauiana che considera l’uomo puro e incorrotto alla nascita e devastato dalla falsità dall’ipocrisia del mondo esterno, della struttura sociale, della cosiddetta civiltà. Il bene assoluto è lo stato di natura, il male assoluto è la società. No. Il male, il male primigenio, il male originario che cova e ribolle e freme è tutto dentro di noi, nasce con noi, ci accompagna, ci tira per le carni, ci strazia, ci inquieta e spesso ci spinge fino ai confini ultimi della brutalità – fisica o mentale che sia - senza aver alcun legame con la nostra situazione economica, sociale e culturale. Alcuno. Emerge demoniaco e sterminatore in qualsiasi momento, in qualsiasi latitudine e in qualsiasi ambiente – da chi veste le guayabere nelle bidonville di Città del Messico a chi si inguaina di alta moda per i party sulle terrazze della City – e apparentemente senza motivo. Perché questa è la nostra natura. La rana e lo scorpione. Quanti crimini mostruosi abbiamo visto svilupparsi nelle situazioni più degradate? E quanti nelle location più à la page? Lo stesso numero, più o meno. La sociologia in questo caso non serve a un bel niente. Qui siamo agli abissi del nostro essere, del nostro impasto misterioso di sangue, pulsioni e richiami della foresta che arrivano chissà da dove, dagli estremi margini della nostra essenza.

I pedofili e i violentatori, nell’ottanta per cento dei casi, sono stati vittime di violenza e pedofilia durante l’infanzia e quindi qui siamo di fronte a una trasmissione di un trauma meramente psicologico che non c’entra nulla con l’essere ricco o bello o acculturato oppure con il suo esatto contrario. E, di conseguenza, non esiste alcun piano quinquennale che possa spazzare via dal campo da gioco questo convitato di pietra. È bello pensarlo, e naturalmente è giusto lavorare con determinazione per creare le migliori condizioni di vita per tutti, ma non c’è errore più grande di quello di immaginarsi gli esseri umani diversi da quello che sono. Slegati cioè, e addirittura estranei, dal loro peccato originale, dal loro cuore di tenebra, da quel senso di desolazione e tradimento e ripulsa e indignazione che aveva portato un filosofo così avvinto al senso della fede come Pascal a ragionare amaramente, dopo averlo studiato a lungo, su quanto sia vuoto il cuore dell’uomo e quanto, invece, pieno di spazzatura.

È una lunga battaglia contro la nostra natura belluina, un faticoso erigere tabù freudiani contro le pulsioni più immorali e gli orchi in sonno e i signori delle mosche che siamo capaci ogni giorno di pensare e anche di portare a compimento. Avere paura dell’uomo, nell’antro del Parco Verde di Caivano così come negli attici di Manhattan, è il primo passo per capirlo. E forse proprio per questo, per cercare comunque di amarlo.


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