I “figli Z” e le certezze  del mondo immutabile

I “figli Z” e le certezze

del mondo immutabile

E così, i ragazzi del terzo millennio sono diventati maggioranza nel mondo. L’anno prossimo i nati dopo il 2001 - la cosiddetta Generazione Z, la generazione zero, quella che non ha visto Ground Zero, appunto, quella che non ha visto l’undici settembre - saranno 2 miliardi e 464 milioni, il 32% della popolazione della terra. E in questo modo supereranno quelli nati tra il 1981 e il 2000, i cosiddetti Millennials, fermi a 2 miliardi e 425 milioni di persone, il 31% del totale.

La notizia, riportata dal “Corriere della Sera”, che la attinge da uno studio degli analisti di “Bloomberg”, è oggettivamente clamorosa. Passaggio del testimone. Cambio di paradigma. Reset generazionale. Il nostro vecchio sasso è popolato da una maggioranza che non esisteva nel Novecento e che in quel secolo, il più grandioso e tragico della storia dell’umanità, non ha vissuto neppure un minuto. Tutto ciò che ha rappresentato per noi adulti, l’apogeo e il declino della belle époque, la frattura della grande guerra, il crollo degli Imperi, l’immissione sconvolgente delle masseI nel gorgo della politica, i totalitarismi, la grande crisi, la seconda guerra mondiale, la guerra fredda, il boom, la massificazione, la protesta giovanile, il terrorismo, l’emancipazione dei costumi, lo star system, la televisione, la dittatura della classe media eccetera eccetera sono per loro o un capitolo di un libro scolastico o, nella maggior parte dei casi, tabula rasa. Nulla. Vuoto. Mistero.

Fa impressione pensare a come tutto quello che ha dato corpo e linfa alla nostra vita, con tutti i suoi successi (pochi) e tutte le sue sconfitte (tante) sia totalmente estraneo alla maggior parte degli esseri umani. E così viene spontaneo affannarsi alla ricerca di un codice che ci permetta di capire chi sono questi nuovi soggetti buttati dopo duemila anni nella zangola della storia. Dice lo studio che i segni di riconoscimento sono chiarissimi: smartphone, Instagram e gli altri social - e questo vale per i ricchi così come per i semidisperati –, l’essere nati negli anni dello sgorgare del terrorismo islamico, aver iniziato la scuola quando tanti nonni e papà perdevano il lavoro per la crisi del 2008, e poi tante cose in meno: bevono di meno, fumano di meno, si picchiano di meno, fanno sesso di meno. Da un punto di vista psicologico pare che siano realisti, innovativi e autonomi e quindi contrari e opposti ai Millennials, che invece sarebbero creativi, idealisti e dipendenti, una generazione più consapevole, disincantata e indipendente, anche se legata alla famiglia. Insomma, secondo chissà quale professorone, “una generazione noiosa”.

E così loro sarebbero questo. Ora, a parte il fatto che le ricerche statistiche tendono sempre a incapsulare in formule rigide delle identità individuali per loro natura incomprimibili - sappiamo bene che i serissimi, maturi e pragmatici, così come i beoni, sognatori e bamboccioni, si distribuiscono in tutte le fasce d’età – bisogna convincersi che questa rivoluzione, in fondo, rivoluzione non è. Pensiamoci bene, ogni generazione non sa niente del mondo che l’ha preceduta, semplicemente perché non ha vissuto quei giorni, non ha respirato quelle atmosfere, non ha sentito sulla pelle lo spirare di quel vento della storia. I cinquantenni di oggi, ad esempio, non sanno niente di cosa significhi per davvero un bombardamento o i sabati fascisti o saltare un pasto: o l’hanno studiato o l’hanno visto in un film neorealista. Così come i loro genitori non sapevano nulla delle guerre d’indipendenza, delle lotte di Simon Bolivar o della Comune di Parigi e i loro antenati cresciuti nell’epoca napoleonica che ne sapevano della società ai tempi del Re Sole e quelli vissuti ai tempi delle guerre di religione del guidrigildo dei Longobardi e questi ultimi delle guerre del Peloponneso e via così, senza fine…

Eventi, epoche, generazioni: la scopa della vita ramazza via tutto - stragi, vendette, speranze, rinascite, conquiste - dal cammino dell’umanità, come cocci di bottiglia dal pavimento, e tutti quanti camminano su un percorso sterrato da un passato lunghissimo e sconosciuto, così come sconosciuta è la destinazione. E allora forse l’unica cosa certa, al di là del mutare delle sensibilità e del costume, che è diventato frenetico solo dal dopoguerra in poi, perché prima le cose rimanevano immobili per secoli, è quella raggiera di comportamenti umani che prescindono da qualsiasi differenza di epoca, latitudine, razza e credo. La Generazione Z è davvero diversa dai Millennials e figurarsi quanto dalla Generazione X (1965-1980, 20% del totale) e da quelle precedenti. Ma, in fondo, non lo è per niente. Anche loro subiranno le ferite dell’esistenza, speranze malriposte, illusioni svanite, perdite, emozioni, delusioni, anche loro tradiranno e saranno traditi, daranno e prenderanno, sentiranno la pulsione del possesso, della voglia, della foja, che forse scambieranno per un gaio cesto di amore che amor non è mai, sentiranno il morso della solitudine, dell’incomprensione, l’anelito a fare qualcosa di speciale e l’opprimente sensazione della sua impossibilità, avranno paura del buio, degli altri, del domani, della fine e spereranno di vedersi riflessi ed eternati nelle loro creature, a loro volta destinate a essere fonte di amore indicibile e di sottilissime amarezze.

Non cambia mai niente, nel tragico mondo degli uomini, preistorici o ultraconnessi che siano, checché ne dicano gli studi statistici. La ruota gira, e girava anche quando non l’avevano ancora inventata, ed è per quello che bisogna essere ottimisti per i nostri figli Z, perché in un verso o nell’altro l’umanità trova sempre il modo di andare avanti. A noi, invece, resta solo un vago senso di dolore nel dedurre da questa ricerca che noi Baby boomers (1946-1964, e chi scrive c’è finito dentro per soli tre mesi, maledizione) siamo ormai ridotti al 14% del totale, mentre i Silent (1928-1945) addirittura al 3%. Ma questo è tutto un altro discorso…

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