Il 4 Novembre ieri e oggi
Un “Ordine” speciale

Ci fu persino chi, al fronte, uccise il proprio capitano, per consegnarsi prigioniero ai “fratelli italiani”. Un gesto dettato dallo spirito patriottico a una compagnia di giovani delle terre irredente arruolati nell’esercito austriaco. Lo scrive in una lettera del luglio 1915 uno che condivise il loro destino, Augusto Gaddo, facchino di Sardagna, in provincia di Trento. Eppure la mattina dopo sul Carso triestino lo sconforto regna di nuovo sovrano e lo stesso Gaddo annota in una poesia scritta in una stentata lingua italiana: “Di terra non ce ne nemeno un badile / Da potersi sepelire / Di sete e mal di ventre / Ormai dobbiam morire”. Ed era solo l’inizio, l’Italia era entrata in guerra da un mese e mezzo. Tre anni e quattro mesi dopo, Gaddo sarà tra quelli che riporteranno a casa la pelle e le sue memorie, preziosa testimonianza del confronto tra un ragazzo di buon senso e un’infinità di situazioni assurde e di graduati invasati, che a spizzichi e bocconi (meriterebbero un’edizione integrale e di livello nazionale) sono finite in diversi libri e anche in uno spettacolo teatrale di Marco Baliani. Non furono altrettanto fortunati altri milioni (i conteggi più aggiornati dicono tra i 15 e 17) di persone, sia militari che civili, cadute nella Grande Guerra. Solo per restare al dato italiano, le statistiche più accreditate parlano di 651mila morti tra i militari e 589mila tra i civili, cui vanno aggiunti 432mila vittime dall’influenza spagnola che dilagò alla fine del conflitto.

Insomma, basta l’accenno alla storia di un solo soldato semplice, e questa messe di cifre, per capire che festeggiare il centenario di una vittoria, domani, sarebbe quantomeno eticamente discutibile.C’è ancora bisogno di approfondire, di capire, di imparare da quello che è stato, dal sacrificio di così tante persone. Ed è quello che proviamo a fare con il numero speciale de “L’Ordine” che sarà in edicola, proprio domani, gratuitamente con “La Provincia”. Scrittori, storici, massmediologi di diversa formazione, e anche un generale dell’Esercito italiano, ci accompagnano in questo percorso.

Massimo Bubola, autore di uno dei romanzi più toccanti dedicati ai soldati della Prima guerra mondiale, “Ballata senza nome”, nonché di tre album sul tema, rivisita il giorno della “cosiddetta vittoria”, la propaganda costruita attorno a quel 4 novembre del 1918, e la verità che gli disse un giorno suo nonno, cavaliere di Vittorio Veneto: «La sua Vittoria era stata tornare a casa sano e salvo da sua moglie e dai suoi figli e alla sua terra. Era stata solo la fine di un duro interminabile incubo».

Giordano Bruno Guerri, con lo stile e l’indipendenza di pensiero che ha reso celebre il suo saggio “L’antistoria degli italiani”, va alle origini di quella “mistica delle patria”, che accomuna personaggi apparentemente lontani come Mazzini e Mussolini, il critico letterario De Sanctis e il generale Cadorna, nel nome della quale sono stati trascinati milioni di uomini a compiere le peggiori nefandezze. Stefano Valenti, scrittore spesso impegnato dalla parte dei più deboli, si concentra su quelli che rifiutarono i meccanismi disumani della macchina bellica, ovvero 40mila “scemi di guerra” e 870mila renitenti e ammutinati, la cui memoria ancora aspetta di essere ufficialmente riabilitata dallo Stato italiano (a proposito di spunti innovativi per rendere attuale e antiretorica la ricorrenza). Spazio anche, negli articoli di Alberto Longatti e Luca Toselli, alla rilettura che delle guerra hanno dato uomini di particolare sensibilità, gli artisti dei più vari campi, da Terragni a Kubrick, ispirati dai sentimenti della pietà e dalla ricerca della nonviolenza.

Accendono speranze, per il futuro, le parole con cui un militare di carriera, con il pallino per la storia e i treni, il generale Mario Pietrangeli, chiosa il suo breve saggio sul ruolo eccezionale dei trasporti ferroviari nella Grande Guerra: «Per il futuro è opportuno confidare e sperare nella saggezza dell’umanità; essa solo può permettere alla ferrovia di svolgere la missione per la quale è stata creata: unire gli uomini oltre le frontiere e portare il suo contributo nel trasporto e nello scambio internazionale. La vera vocazione dell’uomo è applicabile ugualmente alla ferrovia: se deve essere soldato, essa lo diventa, ma non sarà mai questa la sua vera faccia e la sua vera missione».

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