Le Primavere, specchio  di un futuro inevitabile

Le Primavere, specchio

di un futuro inevitabile

Volenti o nolenti saremo liberati dal lavoro e dalla fatica. È l’estrema, ma ragionevole, lezione de Le Primavere di quest’anno: 10 serate + 2 tra Como e Lecco per un’indagine a vario spettro sulla rivoluzione digitale, un mondo parallelo e fluido che comincia nella tasca insieme al cellulare e finisce con un’automobile in orbita.

È stato tutto un rassicurarci: le macchine non ruberanno il lavoro, anche se sapranno farlo più in fretta e meglio, e l’intelligenza artificiale, l’AI, guarda le performance dei nostri migliori QI come l’Everest guarda il monte San Primo, ma avrà una libertà determinata. Poi ci sono le regole dei robot, che garantiscono non ci faranno mai del male, le stesse inventate da Azimov nei suoi romanzi, dove poi succede l’imprevedibile, e via inquietando. E noi che preoccupati non eravamo se non per quei telefonini “sempre a guardarci dentro”, il resto ci sembrava ben ancorato alla fantascienza come le stelle fisse, ora tanto tranquilli non siamo, almeno non lo è chi ha seguito la “Critica della Ragion digitale”.

La rassegna ha fatto il suo mestiere e ha svelato la realtà, perché critica lo è stata, onesta e rilevatrice di un mutamento che, vivendo, ci fluisce attorno veloce, lasciando una percezione vaga della sua potente pervasività.

Una dimensione iperreale e nebbiosa nella quale stiamo imparando a muoverci, chi bene, chi a fatica, chi con trascuratezza o peggio con entusiasta ingenuità, lasciando scorrere i propri dati personali in rete, noncurante. Siamo i primitivi di una nuova era senza leggi, come bambini impariamo a errori e cadute, ma per fortuna tra noi abitano illuminati che alzano la fiaccola della conoscenza.

Sono in gran parte ingegneri, usano linguaggi in codice e dialogano con le macchine, il futuro. Sono ottimisti e pragmatici, stupiti ma pazienti nello spiegare ai sospettosi il luminoso avvenire che ci attende e che - minacciano - non aspetta. Qualche filosofo, altrettanto consapevole e più prudente, osserva e argina i picchi di ardore prometeico.

Il dato di realtà è che il mondo è già cambiato. Si tratta di adattarci o esserne esclusi, in una prospettiva da evoluzionismo della specie prima maniera. Essere sconnessi è una sconfitta. Chiamarsi fuori è diventare ombre, la realtà è on line e abitarla una questione di sopravvivenza. Impareremo. Ci adatteremo, perderemo i più lenti tra noi, tutti gli altri vivranno meglio. Già è successo, è la storia.

Bandita la nostalgia, il dubbio, il passo indietro o anche solo lo stare fermi per dire “ragioniamo, prima le regole, che stiamo facendo?” Eresia. La logica - quella sì ottocentesca - è che dal progresso non si torna indietro, un dogma. Prepariamoci, un robot suonerà alla porta e non arriverà da lontano. Pensavamo che la tecnologia digitale fosse un gioco per eccentrici giovanotti della California, invece è a Genova all’IIT che eccellenti ingegneri in ogni declinazione della disciplina creano stupefacenti robot per le aziende e di servizio, adatti alla casa, quelli che, per intenderci, quando questo giornale esisterà solo con aggiornamenti sull’orologio, ci cucineranno la pastina. Saremo felici e connessi, dunque. Con meno lavoro e compiti più gratificanti, saremo curati e accuditi da macchine efficienti e curveremo la schiena solo per fare stretching, viaggeremo su auto che si guidano da sole e se mai dovessimo scontrarci, è il prezzo del progresso. Sbavature nel disegno high tech del futuro. Del resto anche le prime automobili, a imperita guida manuale dei piloti umani, si schiantavano contro gli alberi dei nostri ombrosi viali. L’Italia ne era piena, sinuose strade con platani e pini marittimi. Abbiamo risolto perlopiù tagliando gli alberi.

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