Lunedì 28 Febbraio 2011

Big: «Chiamami ancora amore»
E Vecchioni riscatta i «grandi»

COMO Ha vinto Roberto Vecchioni. Ha vinto per Fabrizio, che non ci è mai andato, per Francesco e l'altro Francesco, che non ci andranno mai. Ha vinto per Lucio, che non ci va più, e per Ivano, che non si ricorda quasi di esserci andato. Ha vinto per Sergio, che aveva vinto ma troppo lontano nel tempo, e per Giorgio, che ci andò prima di diventare il signor G, per Bruno che ci andò più come autore che come cantautore, come Paolo che non ci ha cantato mai. Ha vinto per Amilcare, che aveva creato il carrozzone festoso e che, poi, aveva animato quell'altro, quello su cui i riflettori della Rai non puntano se non mesi dopo, a tarda, tardissima ora. Lo ha vinto per gli amici del Club Tenco che gli hanno regalato una consuetudine con il Teatro Ariston che gli ha permesso di sconfiggere ogni paura, anche quando appariva “piccolo piccolo” a sua moglie, come sappiamo ha vinto soprattutto per lei, per i suoi cari anche per quelli che non ci sono più, anche per “L'uomo che si gioca il cielo a dadi”, cantata e poi riposta in qualche angolo della memoria. Ha vinto per Luigi, ha fatto come Tenco. Perché tra “Ciao amore, ciao” e “Chiamami ancora amore” non c'è in comune solo la parola più abusata nella storia della canzone (d'autore, popolare, lirica, qualsiasi). Il professore ha fatto sua quell'idea, chiamato da Morandi a partecipare al Festival di Sanremo, accettando più divertito che incosciente: fare passare un messaggio approfittando di un ritornello che costringerà chiunque a memorizzare e intonare il brano. E così, mentre tutti si preoccupavano per le battute sul signor B. o per le ceneri di Gramsci che aleggiavano in platea, Vecchioni ha cantato “per il poeta che non può cantare, per l'operaio che ha perso il suo lavoro, per chi ha vent'anni e se ne sta a morire in un deserto come in un porcile e per tutti i ragazzi e le ragazze che difendono un libro, un libro vero, così belli a gridare nelle piazze perché stanno uccidendoci il pensiero” e nessuno ha avuto da eccepire. Metabolizzeranno tutti, con il tempo. Naturalmente non poteva bastare ed ecco, immediato, l'album, stesso titolo del brano trionfatore (che verrà ricordato, se non altro, per avere spezzato l'egemonia in cima dei figli in provetta dei “talent”), raccolta un po' diversa dal solito perché non del tutto inedita, come pezzi, meno coesa, forse, ma non meno affascinante. Negli ultimi tempi Vecchioni ha alternato alle opere inedite (le più recenti “Rotary Club of Malindi” del 2004 e “Di rabbia e di stelle” del 2007) altre dove si è riletto o ha interpretato (“Il contastorie”, “In cantus”) disimpegnandosi definitivamente come autore anche letterario. “Chiamami ancora amore”, il disco, sta a metà: nuove versioni di “Dentro gli occhi” (ancora con Ornella Vanoni), “Piccolo amore”, “Mi manchi”, “L'amore mio”, “Love song” (con Francesca Fornabaio al pianoforte), “Il nostro amore” (con Dolcenera), brani già noti, qualcuno più, qualcuno meno, ma che compongono un ideale “concept”, il tema è facile da intuire, assieme alle inedite “Mi porterò” e “La casa delle farfalle”, agli omaggi a tre dei nomi che si ricordavano, “Lontano, lontano” di Tenco, “Hotel Supramonte” di De André e, solo su iTunes, “Il bene di luglio” di Bruno Lauzi, oltre alla classica “‘O surdato ‘nnammurato” proposta anche all'Ariston. Perché “al cor gentil rempaira sempre amore”.
Alessio Brunialti

a.cavalcanti

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