Lunedì 25 Luglio 2011

Yes: l'inedito «Fly from here»
Pezzi monstre in salsa Buggles

COMO «Welcome back my friends to the show that never ends», «bentornati, amici miei, allo spettacolo senza fine»: rubiamo la frase a(gli eterni rivali) Emerson, Lake & Palmer, ma potrebbe adattarsi benissimo agli Yes, che tornano a pubblicare un album di inediti a dieci anni da "Magnification". Per qualche arcano motivo la vita della band inglese non è mai stata particolarmente tranquilla e tutto questo si ripercuote sulla sua storia discografica che ha degli sviluppi degni di "Beautiful". Così prima di parlare del disco, che segna l'ennesimo ritorno al sound degli anni d'oro (i Settanta, ovviamente, ma con uno spruzzo di... Buggles) bisogna rendere conto delle vicissitudini che hanno portato alla sua realizzazione. Dove eravate rimasti? Diciamo a "Magnification", opera per band e orchestra con gli archi impegnati a sostituire le tastiere di Rick Wakeman che pareva dover rientrare in formazione e, invece, decise altrimenti salvo poi riunirsi dopo la pubblicazione del cd. Negli ultimi tre anni è accaduto di tutto. Prima il biondo tastierista ha spedito in tour il figlio Oliver, poi Squire, Howe e White hanno dato il benservito a Jon Anderson (fermato da un attacco d'asma) rimpiazzandolo con tale Benoît David, vocalist di una cover band degli Yes, perfetto anello di congiunzione tra lo storico cantante e Trevor Horn dei Buggles che lo sostituì in "Drama". Abbiamo detto "Drama"? Anche Oliver se n'è andato durante le registrazioni di "Fly from here", la nuova opera a cui ci stiamo faticosamente avvicinando, prodotta proprio da Horn che quindi ha suggerito come tastierista Geoff Downes, ex Buggles, ex Yes, ex Asia, exausti tutti di capirci qualcosa. Album nato vecchio, dominato dalla suite in sei parti che lo intitola e cinque brani più brevi non particolarmente memorabili, ma neppure da disprezzare. "Fly from here", il brano, diviso in sei parti per quasi 24 minuti, si inserisce nella tradizione di pezzi "monstre" come "Close to the edge", le quattro suite di "Tales from topographic oceans", "The gates of delirium" e così via. La genesi di questo è stata tanto complessa da meritare il doppio delle righe spese fin qui, basti dire che è meno pomposa di quanto si potrebbe temere: parto quasi integrale dei due Buggles è, in realtà, composta da pezzi ben distinti e scorrevoli. Se questo fosse un lp, "The man you always wanted to be" aprirebbe il secondo lato: ballad pop più vicina agli Asia (eppure è di Squire). "Life on a film set" è un'altra ballata si potrebbe dire "alla Greg Lake", invece è sempre targata Buggles con un bell'intermezzo. "Hour of need" e "Solitaire" sono di Howe: un brano leggero e piacevole il primo, il consueto bel pezzo di bravura sull'acustica il secondo. Finale tempestoso con "Into the storm" firmata da tutti (dove per tutti si intende anche Wakeman junior e Horn ma non Downes, che confusione). I musici non hanno bisogno di conferme, son tutti degli assi anche se gli anni non sono pochi e in certi casi sono stati davvero inclementi (povero Steve Howe!). Come se la cava il nuovo vocalist? Quantomeno è credibile anche se resta clamorosa la "botta di... fortuna" di questo signor nessuno catapultato nel ruolo preminente in un gruppo di fama mondiale. Intanto Anderson (comprensibilmente imbufalito) e Wakeman (padre) girano in duo e hanno anche pubblicato un loro disco. Nei negozi, intanto, arriva anche un doppio "Union live", testimonianza del tour che vide incontrarsi, anzi, scontrarsi non meno di otto Yes. Aiuto!
Alessio Brunialti

a.cavalcanti

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