Lunedì 29 Giugno 2009

Miti, il Mike Oldfield più famoso
Basta il titolo: <Tubular Bells>

Errare è umano. Perseverare è divino. Tubolare, invece, è solo Mike Oldfield che, tenetevi forte, l’ha fatto di nuovo: ha ripubblicato il suo disco più famoso, uno dei più celebrati degli anni Settanta, opera tra le più amate e odiate di sempre, per l’ennesima volta. L’occasione, sprecata, è quella del 35° anniversario che, però, si è consumato l’anno scorso ma poco importa: l’artista inglese voleva essere certo di mettere la parola fine alla storia di questo album che lo perseguita da sempre e continuerà a superarlo in corsa. La storia è nota: dotato chitarrista di buona inventiva prima si esibisce con la sorella Sally in un duo folk, i Sallyangie, poi raggiunge Kevin Ayers transfuga dai Soft Machine e presta le sue corde ai Whole World e, intanto, cova un sogno, quello di realizzare la prima vera opera di “classic rock”, una sinfonia con tutti i movimenti, i leit motives, i richiami del caso. Prima di lui c’erano stati i Moody Blues di “Days of future passed”, i Nice di “Ars longa vita brevis”, naturalmente i Deep Purple del “Concerto for group and orchestra” e i Pink Floyd di “Atom heart mother”.
Ma l’idea nuova escludeva l’impiego di musicisti classici.
Anzi, polistrumentista in grado di fare (quasi) tutto da sé, il giovane Mike escluse del tutto i collaboratori esterni e armato di un esercito di chitarre, bassi, pianoforti, percussioni, mandolini e quant’altro gli potesse servire.
Inutile descrivere il risultato: “Tubular bells” ha venduto una quantità mostruosa di copie, ha affascinato diverse generazioni di ascoltatori funzionando anche come ideale drappo rosso da agitare di fronte ai punkettoni per mandarli in bestia con la sua pompa e le sue circostanze. La campana tubolare deformata della copertina è una delle grandi icone dell’epoca (almeno quanto il prisma del coevo “The dark side of the moon”), l’incipit è stato reso popolarissimo da “L’esorcista”, insomma... Non c’è più niente di nuovo da dire. Il problema, semmai, arrivò dopo perché né “Hergest ridge” né “Ommadawn” riuscirono a eguagliare il modello (perché sempre di sinfonie rock si trattava). Così Oldfield nel corso degli anni ha pubblicato “The orchestral Tubular bells”, con gli arrangiamenti di David Bedford, poi un remix quadrifonico con certe parti sostituite, poi una versione live compresa in “Incantations”.
Negli anni Ottanta Mike si è dato al pop ma, ogni tanto, tra le pieghe di “Crises” (si ascolti “Harbinger”) o di “Five miles out” facevano capolino riferimenti diretti fino a che non ha ceduto pubblicando “Tubular bells II” nel 1992 e “Tubular bells III” nel 1998, in realtà raccolte di variazioni sui temi noti fino a raschiare il fondo del barile con “The millenium bell” (1998) che sfrutta soprattutto l’iconografia dell’originale.
Basta? No: esiste perfino un “best of” delle varie edizioni ma non pago di tutto questo, non essendo in possesso del master originale e insoddisfatto della versione in cd, l’autore ne ha realizzato un clone per il ventennale che circola come “Tubular bells 2003”, quasi indistinguibile per l’originale non fosse che la voce che elenca gli strumenti nel memorabile crescendo che conclude la prima parte non è di Vivian Stanshall della Bonzo Dog Band, deceduto nel frattempo, ma dell’ex Monty Python John Cleese (poi è arrivato “Music of the spheres” che non dovrebbe avere a che fare ma basta ascoltare le prime note per incontrare qualcosa di familiare). Ora questa versione 2009, disponibile come “deluxe” (2CD e 1 DVD) o “ultimate edition” (3CD, 1 DVD, l’album in vinile oltre a un bel libro).
Un nuovo mix stereo, quello originale, quello 5.1, filmati d’epoca, demo, il singolo. Eppure qualcosa ci dice che sentiremo ancora parlare di quest’album.
Alessio Brunialti

a.cavalcanti

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