Le cascine del Vercellese
«cattedrali» della vita agreste

Per secoli la storia è passata di qui. E di tracce ne ha lasciate molte. Vercelli è una delle capitali della cultura di cui è ricca la provincia italiana. A Vercelli e nel Vercellese di testimonianze delle arti e dell’architettura ve ne sono molte. E non solo di quella cosiddetta “nobile” delle cattedrali e dei palazzi di cui è pur ricca, ma anche di quell’architettura agricola, per lo più di origine monastica, che costella le sue campagne. Di quelle monumentali cascine che per lunghi periodi dell’anno emergono come solide isole da quel “mare a quadretti” che poi sono le risaie che circondano il capoluogo.

Cascine, veri e propri villaggi, popolati da centinaia di persone il cui imperativo era l’autosufficienza. Dentro ci sono abitazioni, per i proprietari e alloggi per i contadini, ricoveri per animali e mezzi agricoli. E, separate, e a una certa distanza, i dormitori delle mondine, che nei periodi più impegnativi della coltura del riso arrivavano a migliaia da tutto il Piemonte, ma anche dal Veneto e dall’Emilia e anche da più lontano. Questa forzata mescolanza ha modificato un poco anche la società creando tra i vercellesi un modo di pensare più aperto al nuovo. E’ in questo contesto che sono nate imprese, non solo risicole, e iniziative che non hanno nulla da temere al confronto con quelle delle metropoli. Ecco perché Vercelli e il Vercellese meritano di essere più conosciute.

Un itinerario ideale potrebbe partire proprio da quello che vi è di caratteristica quasi unica, il lavoro della risaia, appunto, e i processi di lavorazione del riso che accanto a monumenti di archeologia industriale (riseria San Giovanni a Fontanetto Po che fa parte dell’Ecomuseo delle terre d’acqua) fanno vedere anche impianti di altissima tecnologia. Di questi giorni si sta procedendo alla raccolta del riso, e si possono vedere ancora i campi biondo scuro, la fase successiva si sposterà nelle “fabbriche del riso”. Come quella della cascina La Colombara il cui titolare, Piero Rondolino, ha fatto dell’innovazione e della conservazione i suoi punti fermi. Innovazione, in un impianto che produce un riso di altissima qualità, inscatolato in lattine sotto vuoto, dal nome evocativo: Acquerello; conservazione e recupero della memoria, dando mano libera a Mario Donato già di suo memoria storica e che ha fatto diventare la cascina un museo, raccogliendo curiosità e oggetti del tempo che fu: una specie di “Albero degli zoccoli” in chiave vercellese. Ha sistemato e conservato anche il dormitorio delle mondine, con tanto di letti, materassi, giornali dell’epoca, fotografie e poveri oggetti delle migliaia di donne che in quei locali hanno vissuto varie stagioni della loro vita con sotto gli occhi le vicende di quel film del 1948, “Riso amaro”, con una splendida Mangano la cui fotografia campeggia nel dormitorio stesso delle mondine reali. Non si sta parlando di preistoria: in quel dormitorio vi hanno dormito fino al 1965.

Nei giorni scorsi, ma è un appuntamento annuale fisso, sono arrivate a Vercelli da un po’ tutta Italia, ma in particolare da Modena, un folto gruppo di ex mondine che si sono presentate intonando tutto il ricco repertorio delle canzoni che una volta rallegravano il loro lavoro. La ricchezza derivante dal riso, la cui coltivazione è databile al 1300 a opera dei benedettini di Cluny, nel corso dei secoli si è messa in evidenza in città. Per questo Vercelli è ricchissima di testimonianze della cultura e dell’arte. A cominciare dalla basilica di Sant’Andrea, un capolavoro di gotico vercellese. Ancora un record è il tempo di costruzione: otto anni per realizzare un complesso enorme che è scrigno di bellezze inestimabili. Voluto nel 1219 dal cardinale Guala Bicchieri, ambasciatore di Innocenzo III, che per aver salvato la corona a Enrico III Plantageneto gli viene accordata una faraonica rendita perpetua. Da Sant’Andrea, passando per la centrale piazza Cavour, il salotto della città circondato da portici, e percorrendo le vie centrali, vigilate da torri e da palazzi nobiliari, e passando per San Cristoforo con le opere di Gaudenzio Ferrari e in particolare un ciclo di affreschi assai singolare sulla Maddalena, si raggiunge il Duomo intitolato a Sant’Eusebio, vescovo della prima diocesi del Piemonte, che, tra le altre preziosità, conserva uno dei quattro grandi crocefissi di epoca ottoniana. Impedibili in una visita di Vercelli sono il Museo Leone con antichità romane, cinquecentine e documenti delle guerre di indipendenza, e il Museo Borgogna con la sua grande raccolta di dipinti e affreschi alcuni strappati dai bergamaschi fratelli Steffanoni che all’inizio del ’900 hanno molto lavorato nel Vercellese, e un dipinto, “Concerto”, di un bergamasco di Poscante, Bernardino Licinio (1485).

Fiorenzo Barzaghi

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