Lunedì 24 Maggio 2010

Ribelli: ecco “Exile on main st.”,
vecchi dannati Rolling Stones

“Lascereste uscire vostra figlia con uno dei Rolling Stones?”. Una domanda retorica, abile trovata pubblicitaria che accompagnava le prime immagini dei cinque teppisti, contrapposte a quelle tutte pulitine e frangettose dei rivali Fab 4 che, peraltro, quando c'era da corrompere giovinette non si tiravano certo indietro. In effetti una seratina in compagnia di un ceffo come Keith Richards non doveva essere troppo tranquilla: il rischio di ritrovarsi un paio di minorenni strafatte spalmate addosso, circondati da una nuvola di droghe varie mentre alcuni spacciatori / papponi litigavano all'arma bianca con qualche rivale era abbastanza concreto e non era infrequente qualche irruzione della polizia. I Beatles, in capo al decennio, erano belli e sciolti. I colleghi, invece... Erano stati accusati, arrestati, avevano conosciuto flop artistici e commerciali, avevano perso il manager, uno di loro era al limite della tossicodipendenza, un altro era già morto, una fidanzata celebre, Marianne Faithfull, si era quasi suicidata celebrando il tutto con una canzone dal sobrio titolo “Sorella morfina”. Rottami? Musicalmente erano al massimo della forma, avevano azzeccato una sequenza di capolavori irripetibile: “Beggars banquet”, “Let it bleed”, il live “Get yer ya-ya's out!!” (ristampato l'anno scorso in un'edizione più esauriente) e il celeberrimo disco con la zip, “Sticky fingers”.
Difficile fare di meglio, impossibile, anzi, viste le condizioni di partenza di “Exile on main st.”, a sua volta ora oggetto di una bella ristampa che sta facendo discutere la stampa rock di tutto il mondo. Esiliati fiscali in Francia, i Rolling Stones vantavano un nuovo chitarrista ormai integrato (musicalmente, almeno, perché Mick Taylor venne sempre fatto sentire un membro aggiunto), un pugno di canzoni nuove e idee piuttosto confuse. Fu Richards a guidare le registrazioni con Mick Jagger impegnato a  farfugliare testi che il compagno - per dispetto? - tenne confusi il più possibile in sede di mixaggio così che la voce fosse una sorta di altro strumento. Il risultato è sconcertante, oggi come allora: “Exile on main st.” è uno di quei dischi doppi, il primo per gli Stones, che hanno segnato il corso della storia, come “Freak out!”, “Blonde on blonde” e il “White album”, quasi impossibile pensarlo in digitale. I suoni non sono e non devono essere ripuliti, deve lasciare addosso la sensazione di essere rimasti avviluppati in una fanghiglia appiccicosa, nell'aria l'odore di pioggia si mescola a quello della polvere da sparo. Succede di tutto in queste diciotto canzoni che spaziano dalla ballata nero folk “Sweet black angel” alle clamorose schitarrate di “Tumbling dice” e “Loving cup”, con il “Ventilator blues” per mettere Taylor in evidenza, “Happy” lasciata alla voce sdentata di Keith e “I just want to see his face” che si inventa da sola tutta l'opera di Tom Waits dagli anni Ottanta in giù, ascoltare per credere. Francamente non si può guardare in cd: serve la copertina grande e grossa del vinile, con quella galleria di freaks ben visibile. Fortunatamente esiste, oltre alla normale ristampa e a una versione doppia con dieci inediti (si poteva, anzi, si doveva fare di più) anche un box che contiene anche il doppio vinile. Così si può mettere la puntina sul primo solco del lato A e aspettare prima che si intreccino i riff di “Rocks off” perché in quella pausa si nasconde la sostanza di cui sono fatti i sogni.
Alessio Brunialti

m.schiani

© riproduzione riservata

Tags