Lunedì 08 Novembre 2010

Box: Dylan mette tutti insieme
i suoi primi otto long playings

COMO Due storie che arrivano dal passato, due storie di musica, di grande musica visto che il protagonista di entrambe è Bob Dylan. Da dove cominciare? Dal nono volume della “Bootleg series”, “The Witmark demos”, un titolo che dice tantissimo agli appassionati e assolutamente nulla a tutti gli altri. In quei tempi pionieristici, correva l'anno 1962, il cantante era una cosa, l'autore (più spesso gli autori) altra cosa. Lui, chiamiamolo Elvis per convenzione, guadagnava grazie ai diritti di riproduzione meccanica delle sue registrazioni, intascava una percentuale dalle vendite dei dischi, aveva un cachet per le esibizioni televisive e i concerti. Gli altri, chiamiamoli Leiber & Stoller, sempre per facilitare, scrivevano pezzi che proponevano a vari interpreti, tra cui Elvis, e guadagnavano con il diritto d'autore ricavato dalle vendite e dalle esecuzioni del pezzo, di chiunque lo cantasse. E poi c'erano le edizioni, gli spartiti, che si vendevano come il pane. Elvis aveva bisogno di Leiber & Stoller e i due avevano bisogno di lui, perché era quello che vendeva di più. Ah, sembra davvero antichità nell'era che mette totalmente in discussione il concetto stesso di copyright, e anche le note e i testi sono a portata di un click.
Torniamo in quel freddo 1962 (perché freddo? Perché Bob sulla copertina del suo primo disco indossa una giacca di montone imbottita, in quella di “Freewheelin'” nevica e quindi, nella nostra mente, faceva freddo ed era tutto in bianco e nero anche se quelle foto sono a colori): il ragazzino scoperto da John Hammond, quello che aveva la voce nasale e l'armonica a tracolla, quello che non vendeva un disco poteva, però, fruttare come autore. Ma non sapeva scrivere la musica e, così, l'unica era portarlo dall'editore - la Leeds Music prima, la Witmark & Sons in seguito - e fargli incidere versioni sbrigative delle canzoni perché fossero trascritte da copisti e presentate ad altri artisti. E funzionava: Peter, Paul & Mary scelsero “Blowin' in the wind”, i Byrds “Mr. tambourine man” per non citare che due casi eclatanti anche se Dylan avrebbe segnalato con orgoglio che un brano indubbiamente meno universalmente noto, “Tomorrow is a long time” venne ripreso proprio da... Elvis (alla faccia di Leiber & Stoller).
Questo doppio raccoglie le versioni più volte contrabbandate su bootleg con un suono smagliante, una grinta commovente e le primissime registrazioni di tanti pezzi da novanta oltre a quindici inediti assoluti, anche nella discografia sempre più densa di Dylan. A questo proposito, ecco la seconda storia dal passato. Fino al 1968 compreso gli impianti stereofonici non erano così tanto diffusi da giustificare una particolare attenzione dell'industria al mixaggio degli album sfruttando i due canali. Le opere di Beatles, Rolling Stones, Who e tutti gli altri dovevano, innanzitutto, suonare bene in mono, per tutti i giradischi con un'unica cassa. Così era anche per Dylan e dall'esordio fino a “John Wesley Harding” - appunto del ‘68 - i suoi capolavori venivano concepiti per un unico orecchio. “The original mono recordings” è uno splendido box in edizione limitata che comprende la miniaturizzazione dei primi otto Lp, con il doppio “Blonde on blonde” che occupa, per coerenza, due cd e non uno solo, con lo stesso suono che avevano all'epoca, più compatto, meno lezioso e, nel caso delle primissime incisioni, sicuramente migliore di quello stereo (che poneva la chitarra in un canale e la voce nell'altro). Anche questa è storia antica mentre si pensa già ad abbandonare l'mp3.
Alessio Brunialti

a.cavalcanti

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