Lunedì 09 Maggio 2011

Leggende: nasceva 100 anni fa
Robert Johnson, il re del Blues


 

COMO “All'improvviso è saltato su un uomo nero, enorme, doveva essere il diavolo. Mi ha preso la chitarra,  l'ha accordata e ha iniziato a suonare i blues più intensi che avessi mai sentito, poi me l'ha restituita e... beh, eccomi qua”. Che spaccone Robert Johnson, appoggiato al bancone di un bar di Greenwood, Mississippi: un posto di infim'ordine anche perché per quelli come lui, per un musicista di colore nel Sud segregazionista del 1938, non c'era ospitalità nelle belle sale da ballo dove i signori e le dame ingioiellate ballavano gli ultimi scampoli dello swing mentre, forse, si iniziava a intravvedere uno spiraglio d'uscita alla grande depressione. E poi era un bluesman, un poco di buono, guardava le donne degli altri e, spesso, ne guadagnava anche le alcove: aveva tutto, suonava come un dio (anzi, proprio come il diavolo), cantava con una bella voce chiara, aveva sempre un pasto caldo, una bottiglia di quello buono, braccia tra cui gettarsi e lenzuola per riposarsi. Qualcuno, a quanto pare, se la prese a male: probabilmente un marito geloso (probabilmente a ragione) e la cronaca non chiarisce se Johnson venne avvelenato, magari con stricnina infilata di soppiatto in una bottiglia di whisky, oppure accoltellato senza mezzi termini. Il certificato di morte non lo specifica e, del resto, oggi ci sono ben tre posti diversi che si contendono l'onore della sua sepoltura.
È quasi sicuro che fosse nato cent'anni fa, l'8 maggio 1911, illegittimo, un'infanzia segnata dagli abbandoni, non tanto diversa, però, da quella dei giovani afroamericani della sua generazione. Fino a qualche anno fa non se ne conosceva neppure il volto: i dischi in cui la Columbia racchiuse gran parte delle sue incisioni, realizzate tutte tra il 1936 e il 1937, significativamente intitolati “King of the Delta blues singers”, riportavano dei disegni e appunti quasi mitologici. Robert, tramandano quelli che l'hanno conosciuto, altri musicisti come Son House, Johnny Shines e Robert Lockwood, non era un bravo chitarrista. Anzi, era veramente poco dotato.
Poi, all'improvviso, ecco che si trasforma in un maestro, anzi, in un innovatore dallo stile complesso. “Sembrava che ci fossero tre persone a suonare”, esclama Keith Richards mentre la sigaretta perennemente pendula gli casca dalle labbra (senza Robert Johnson oggi lui sarebbe uno spazzino, Clapton un portalettere e questa pagina parlerebbe solo di emuli di Bing Crosby). Invece era lui, da solo, in una camera d'albergo - i dischi si registravano anche così - con la faccia rivolta verso un angolo del muro per vincere la timidezza, intento a snocciolare quelli che sono i capisaldi del blues: “Kind hearted woman”, “Sweet home Chicago”, “Love in vain”, “Cross road blues”, “I believe I'll dust my broom”, “Come on in my kitchen” e ancora “Traveling riverside blues”, “Terraplane blues” e soprattutto “Hellhound on my trail”, “Me and the devil”, “Up jumped the devil”, tutti resoconti di un rapporto particolare con il signore degli Inferi che avrebbe predestinato il giovane a entrare per primo a far parte del famigerato “club del 27”, morendo il 16 agosto del 1938. Poi arrivano gli storici, quelli che vogliono sapere tutto, quelli che hanno decretato, ad esempio, che le incisioni che ascoltiamo oggi sono troppo veloci, almeno il 20% in più rispetto a come lui suonava e cantava. Altri hanno scoperto che fu Tommy Johnson (nessuna parentela) il primo bluesman a fanfaronare di patti con il demonio e, del resto, quasi tutti i suoi blues, è stato provato, derivano da composizioni precedenti e... Ma tutti preferiamo attenerci all'insegnamento di John Ford ne “L'uomo che uccise Liberty Valance”: “Se la leggenda diventa realtà, stampa la leggenda”.
Alessio Brunialti

a.cavalcanti

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