Lunedì 13 Giugno 2011

Solisti: altro che Pearl Jam,
Vedder è il «mago» dell'ukulele

COMO Primo vero album solistico per Eddie Vedder, voce dei Pearl Jam, una delle ultime vere rockstar del Secolo Scorso. Un disco atipico che mantiene esattamente quello che promette il suo titolo: “Ukulele songs”. Ma perché?
Occorrono alcune necessarie premesse. Considerazione uno: quando sei il frontman famoso di una band molto famosa è inevitabile che, prima o poi, ti ritrovi a fare qualcosa per conto tuo, ma se replichi da te quello che fai con il gruppo che senso ha? A meno che tu non voglia scioglierlo, ma per la gioia di milioni di fan, non è questo il caso. Quindi devi inventarti qualcosa di originale come un disco realizzato in (quasi) perfetta solitudine che contrasti con le atmosfere piene e avvolgenti dei Pearl Jam. E perché non un disco di voce e chitarra? Intanto perché ne esistono già migliaia, da Dylan in giù (e pure in su). E poi perché esiste una consorteria di celebri musicisti che non riesce proprio a resistere al fascino dell'ukulele, da George Harrison (che pare ci abbia composto capolavori come “Something” e “Here comes the sun”), passando per Elvis Costello, Brian May o l'insospettabile Kate Bush. Ultimo appunto: Vedder, come si sa, è un ammiratore terminale di Pete Townshend e Who e ci sono brani minori come la deliziosa “Blue, red and grey”, che sembrano fatti apposta per essere suonati con il piccolo strumento hawaiiano.
Così ecco questa raccolta di pezzi che hanno l'unico limite (se può essere un limite) di un'eccessiva omogeneità visto che Eddie ne alterna vari tipi e solo in un paio di pezzi, “Slepless night” presa dal repertorio degli Everly Brothers, e lo standard “Tonight you belong to me”, compaiono seconde voci, rispettivamente di Glen Hansard (Swell Season, sì, insomma, quello di “Once”) e Chan Marshall (alias Cat Power). Sono due delle cinque cover presenti (le altre arrivano tutte dagli anni Venti e Trenta: “More than you know”, “Once in a while” e “Dream a little dream”), ma sono gli originali a spiccare per poesia e gusto come già accadeva nei brani acustici del precedente progetto di Vedder, la colonna sonora di “Into the wild”. Breve, intenso, con pezzi come “Without you”, “Satellite” o “Longing to belong”, dove compare un violoncello, che valgono la spesa. E non è tutto: in contemporanea è stato anche pubblicato “Water on the road”, un dvd con estratti di concerti e altri preziosismi. Chi preferisce i suoni più maschi e villosi dei Pearl Jam, invece, quest'anno può festeggiare, assieme alla band, i primi vent'anni di attività.
Dopo il monumentale box dedicato all'esordio “Ten”, all'inizio di quest'anno hanno pubblicato... un live (una scelta che può apparire estrema visto che parliamo del gruppo che, per primo, ha scelto di documentare tutta l'attività concertistica con un numero gargantuesco di dischi). “Live on ten legs”, sono uscite le versioni deluxe di “Vs.” e “Vitalogy” in vista di “Pearl Jam twenty”, un disco, una colonna sonora, un libro e un film, diretto dal regista e giornalista musicale Cameron Crowe. “Ricavato da oltre 1.200 ore di filmati d'archivio rari o inediti e da più di 24 ore di girato recente (interviste ed esibizioni dal vivo) - si legge nel comunicato ufficiale - è il ritratto definitivo dei Pearl Jam”. Crowe ha anche scelto i brani che faranno da colonna sonora mentre altri due giornalisti musicali, Jonathan Cohen e Mark Wilkerson (quest'ultimo biografo di Pete Townshend, l'idolo di Vedder) hanno scritto il volume che accompagna il lungometraggio annunciato come “un'opera graficamente straordinaria”.
Alessio Brunialti

a.cavalcanti

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