Domenica 16 Ottobre 2011

Star: Björk supertecnologica
"Biophilia" esce in app per iPad

COMO Il trapasso di Steve Jobs deve avere colpito profondamente Björk: l'artista islandese sembra essere in perfetta sintonia con le creazioni del compianto signore della mela mangiucchiata. Madame Gudmundsdottir ha fatto della tecnologia la sua primaria fonte di ispirazione e da tempo, almeno da dieci anni, dai tempi di "Vespertine", non si limita a realizzare semplici album. Nel caso di "Biophilia", il più recente parto di questa inesauribile mente creativa, Björk è andata definitivamente oltre: altri pubblicano la versione semplice, la deluxe, il dvd, il cofanetto con la t-shirt, realizzano video che trasmettono ancora in televisione (che vecchiume!) e fanno causa a Youtube se, per caso, qualche fan in buona fede "posta" la clip della hit del momento. Tutto ciò probabilmente suona così "2009" per l'islandese che, invece, ha spinto dei creativi a realizzare una serie di app per iPad (se non capite di cosa si sta parlando vuol dire che anche voi siete fermi al 2009): sono dieci in tutto comprese in una app più grande, ognuna con un riferimento al brano del disco "permettendo alla gente di esplorare le canzoni e di interagire con esse o anche di realizzarne versioni completamente nuove". In pratica quella proposta dall'autrice non è che una visione di tante possibili per le medesime canzoni. Per chi, comunque, continua ad amare i supporti fisici, e ha soldi da spendere, esiste una "ultimate edition" di "Biophilia" che oltre a un secondo cd con brani differenti comprende anche un "manuale" con fotografie, commenti sulle canzoni, spartiti, testi e, soprattutto, una scatola di legno con dieci diapason a forcella (!), ognuno intonato a un brano cosicché tutti in fila vanno a comporre un'ottava di una nuova scala: solo duecento esemplari nel mondo, numerati, che non verranno mai ristampati. Tutto molto bello, tutto molto innovativo, tutto molto "2011", così tanto che potrebbe essere già il 2012. Sì, ma alla fine "Biophilia" com'è? Come detto, la Björk di "Debut", "Post" e "Homogenic" appartiene al passato (sono, tutto sommato, opere così "Secondo millennio") mentre "Vespertine" e "Medulla" dettano la linea. Se "Volta", risalente a quattro anni fa (un'era geologica per lei) segnava un piccolo passo indietro, un ritorno alle origini pur se aggiornate, i dieci brani oggetto di tutte queste attenzioni sono delle piccole inquietanti filastrocche realizzate, in gran parte, con strumenti non convenzionali o usati non convenzionalmente. La quiete di "Moon" e la tempesta di "Thunderbolt" tutto sommato si assomigliano, i campanellini di "Crystalline", le tastierine sghembe di "Cosmogony", l'organo cimiteriale e atonale di "Dark matter" sembrano colonne sonore per parti differenti di un medesimo incubo. L'incalzante "Hollow" genera ansia, angoscia, "Virus", relativamente melodica, è tutt'altro che contagiosa, meglio non ascoltare al buio "Sacrifice". Un po' di quiete, ma inquietante, arriva da "Mutual core" mentre "Solstice" riporta daccapo con le sue note sperdute. Un brutto disco? Assolutamente no. Un capolavoro? Chi può dirlo? Il vero atto rivoluzionario di Björk è nascondere dietro tutta questa patina di alta tecnologia e pretenziosità una serie di composizione che, firmate da un altro, nessuno digerirebbe e che, invece, rischiano perfino di entrare in classifica (un'azione così... "anni Settanta").
Alessio Brunialti 

a.cavalcanti

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