Lunedì 30 Aprile 2012

Norah Jones respira
i profumi della città

COMO Vi fa sangue Norah Jones? No, perché la figlia americana dell'indiano Ravi Shankar è, indubbiamente, anche avvenente (ha anche avuto un ruolo da protagonista in "My blueberry night", una pellicola di cui è reato citare l'orrido e casuale titolo italiano), ma è difficile immaginarla nei panni di Antoinette Christiani, maggiorata e spregiudicata protagonista di "Mudhoney", film dello zozzone camp Russ Meyer, noto alle cronache rock anche per avere dato spunto a una band per trovarsi un nome. Eppure sulla copertina di "Little broken hearts" l'artista replica perfettamente il manifesto di quel "cult movie", come a sottolineare che la sua vecchia immagine acqua e sapone è definitivamente lasciata alle spalle. Qualcuno sostiene, ed è una di quelle affermazioni da fare a bassa voce, che la giovane miss Jones sia, in realtà, uno dei fenomeni musicali più sopravvalutati degli ultimi anni, che dopo l'esordio folgorante di "Come away with me" non abbia fatto nient'altro che ripetere una formula fin troppo fortunata. In parte è vero: "Feels like home" e "Not too late" sembravano copie - la prima abbastanza riuscita, l'altra un po' pallida - conformi all'originale. Ma già con "The fall", album della maturità, Norah si era liberata dei suoi cliché. Chi pensa che sia una jazzista prestata al pop, del resto, può ascoltarsi il live realizzato con Wynton Marsalis e Willie Nelson e, a proposito di quest'ultimo, il progetto Little Willies, a lui dedicato, permette alla pianista di sfogare tutte le voglie represse di country e "americana". E allora com'è "Little broken hearts"? Anticipato da tempo, non ha avuto critiche troppo tenere a livello internazionale, vuoi perché è una prassi comune quella di demolire le star che hanno avuto troppa esposizione, vuoi perché pochi sono inclini alle novità e questa svolta di Norah è stata accolta con sospetto. Quale svolta? Tutto l'album è stato scritto con Brian Burton, più conosciuto con il nome d'arte di Danger Mouse, uno dei talenti più interessanti sia come musicista che come produttore (ha lavorato con Beck, i Black Keys, gli Gnarls Barkley. I due collaborano da tempo, da prima che la Jones pubblicasse il suo album precedente. Nel mezzo Norah ha interrotto una lunga relazione, già al centro di "The fall", e gran parte dei brani composti in quel periodo ruotavano attorno a temi dolorosi, momenti brutti da vivere, forse, ma molto proficui sul piano compositivo. A Danger Mouse è spettato soprattutto il compito di cucire un vestito nuovo attorno alle note ed essendo lui proverbialmente estroso il risultato non poteva passare inosservato. Basta ascoltare le prime note di "Good morning", una pop ballad dove sembra che, letteralmente, due linee melodiche lavorino in conflitto sullo sfondo, per comprendere che questa non è la "solita" Norah Jones, impressione confermata da "4 broken hearts", una sorta di omaggio postmoderno a Dusty Springfield, dalle distorsioni di "Take it back", dal singolo tutt'altro che allegro "Happy pills", dalle varie tessere di questo mosaico che ha, soprattutto, il pregio di essere un album propriamente detto in un'era in cui si è tornati a ragionare per singole canzoni. "The fall" era acustico, notturno, poteva essere ambientato in una capanna in un bosco piovoso. "Little broken hearts", invece, ha il respiro della città, del vapore che esce dai tombini, del ritmo attutito dalle pareti che si ascolta nel retro di una discoteca alla moda anche se, naturalmente, non si tratta di musica da ballo. Forse non piacerà a chi amava l'atmosfera carezzevole di "Don't know why" o "Sunrise", ma fa piacere scoprire che Norah Jones ha ancora qualche sorpresa da riservarci e che non ha paura di rimettersi in gioco rinunciando a ciò che potrebbe facilmente regalarle un successo magari assicurato, ma creativamente arido.
Alessio Brunialti

a.cavalcanti

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