Lunedì 18 Maggio 2009

<White lies for dark times>
Ben Harper, lezione di classe

La voce è in spolvero. Non solo forte, calda, potente. È sicura, lo si percepisce sin dai primi vagiti di White lies for dark times. Number with no name fa da apripista, con il giusto calibro di aggressività e intenti illustrativi. Allora si aspetta il primo momento extra, in cui tutto si disponga al suo servizio, della voce: arriva sulle ultime due strofe di Up to you now. La band rallenta, il fragore si quieta ma l’atmosfera complessiva rimane tesa come da carattere del brano, quasi i volumi per un momento sopiti mantenessero ancora vividi i loro effetti. A quel punto, Ben Harper riattacca un melos diverso dai versi precedenti e la voce è regina. Un bel modo, quello di attaccare una variazione sulla melodia, per dare risalto alla voce, lo strumento che in qualche misura è l’architrave dell’intero lavoro, come e più che in passato. Come agli inizi, diciamo, restando però ferme le acquisizioni del tempo che in White lies for dark times sono evidenziate soprattutto dalle chitarre. Appunto, le chitarre: suonano compresse come spesso in passato le si è ascoltate dal vivo e sul singolo Shimmer and Shine fanno il paio con una strumentazione arricchita dai vecchi Innocent Criminals. Già, perché stavolta agli IC si sono sostituiti i Relentless7. Non è ancora chiaro se si tratterà di un cambio permanente o meno, ma per molti aspetti lo si presume e forse lo si può anche sperare. Gli IC sono stati una band formidabile per oltre dieci anni, ma visto cosa hanno saputo fare questi tre nuovi ragazzetti e come finalmente White lies for dark times ci abbia restituito il miglior Ben Harper che conosciamo, beh…lunga strada ai R7. Passato il primo assaggio, i primi tre brani, ecco la prima viariazione sul tema del menù: Lay there and hate me deve lasciare il titolo di capolavoro a Keep it together (so I can fall apart) ma si presenta come una gemma venuta fuori da un processo di combustione lenta. Letteratura al sapore di rock nel testo e miscela incredibile nei suoni. Avete presente cosa fece Ray Charles fondendo blues e gospel? Ecco, qui s’incontrano e si compenetrano rock e soul ma processo e originalità di risultati fanno davvero tornare alla mente certi vocalismi del buon vecchio Ray. Soul ’n’ Roll. Why must you always wear in black riprende i crismi dei primi brani, con il suono delle chitarre saturo ogni oltre abitudine, mentre bisogna aspettare Fly one time per la prima ballata. Ne ha scritte di migliori, certo, ma siamo comunque nella sfera del Ben Harper che dal vivo potremmo vedere in solo, con la chitarra sulle ginocchia e un occhio di bue addosso. Ottime garanzie, dunque. È generale la sensazione di trovarsi davanti a un Ben Harper live. Seppure ci siano, evidenti, tutti i benefici di un disco da studio. Il processo tecnico - registrazione, incisione, masterizzazione - è ottimo. Riuscito al meglio, dato che consente a un disco dai volumi e impatti considerevoli (sonori e non) di uscire nitido, brillante, forte e chiaro anche quando i suoni suonano scuri. E l’estetica di questo suono, qual è? Sono in molti ad aver detto "più rock" del Ben Harper che conosciamo. Vero, in certa misura, e fatto salvo che Ben Harper è da sempre impregnato di rock - i suoi esordi cover-hendrixiani sono lontani ma noti a tutti gli ascoltatori della prima ora - White lies for dark times suona "più rock". Provando a capirne il perché - discernimento inizialmente non così semplice - si nota che White lies for dark times è un disco di Ben Harper senza fiati. Integralmente senza fiati. In undici tracce non compare né un ottone né un’ancia. Eppure è evidente che sia un disco di Ben Harper e anche dei migliori. E infatti è un disco di Ben Harper, "più rock". Tranquilli, tutto il coacervo di musiche nere che da sempre fanno il substrato essenziale del musicista californiano c’è e si sente. Lavorano di più, e sempre con estro, le chitarre (slide e non), i piano vintage come il Rhodes e percussicoli vari. Fermo restando che tolto il singolo con gli Innocent Criminals in aggiunta, tutto il lavoro lo fanno in tre. I nuovi Relentless 7. Tre facce da trentenni genietti e sbarbatelli. Inizio pregevole, ragazzi. Al prossimo giro.
Andrea Di Gennaro

a.cavalcanti

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