Lunedì 08 Giugno 2009

Chick Corea e John McLaughlin,
due vecchi amici fanno scintille

Deve essere un momento molto particolare nella vita e nella carriera di Chick Corea, jazzista di immensa popolarità che ha saputo varcare i confini del genere (che lo vorrebbero artista di nicchia per palati fini) raggiungendo uno status paragonabile a quello di una stella della musica pop. Da qualche tempo a questa parte il pianista sembra volere riallacciare i fili del suo illustre passato. Gli ultimi mesi lo hanno visto tornare a esibirsi con il vibrafonista Gary Burton rinnovando, con il doppio live “The new crystal silence”, gli eccellenti risultati della prima collaborazione di questo fertile duo di virtuosi. Qualcuno ricorda ancora Chick più come tastierista, anzi, come esperto di pianoforte elettrico alla guida di una di quelle band che hanno definito un sound caratteristico per gli anni Settanta: anche i Return to Forever sono tornati a proporre la fusion che li ha lanciati nello stardom internazionale con un tour di grande successo cui ha fatto seguito un altro doppio dal vivo, dall’appropriato titolo “Returns”. Ma non è di queste due operazioni che vogliamo parlare bensì di quella, più inattesa e, forse, per questo molto più piacevole della Five Piece Band allestita con John McLaughlin. Il chitarrista è stato il leader della storica formazione rivale, la Mahavishnu Orchestra che con i Weather Report completava la trimurti del jazz rock, nato dall’esperienza di gran parte dei musicisti coinvolti in seno alle policrome formazioni allestite da Miles Davis nel periodo di grande fermento creativo che generò i capolavori “In a silent way” e “Bitches brew”. Proprio a quelle “directions in music” del compianto trombettista e catalizzatore di talenti guarda questa straordinaria nuova collaborazione che per gli appassionati ha il sapore della storia. E quel sapore diventa un gusto superiore constatando la presenza in una traccia, e che traccia, di Herbie Hancock. Ma andiamo con ordine: gli otto brani di questo “Live”, sempre sulla distanza di due dischetti, provengono da un tour europeo dell’autunno scorso. Gli altri “pieces” di questa band sono il sassofonista Kenny Garrett, Christian McBride che si alterna al basso elettrico e al contrabbasso e un pirotecnico Vinnie Colaiuta che si conferma batterista dinamico, precisissimo e dall’impressionante destrezza (la scuola di Frank Zappa è stata dura per tutti quelli che ci sono passati). I due leader cercano di non pestarsi i piedi e non duellano ma quando duettano fanno scintille: da notare che McLaughlin contiene le sue proverbiali mitragliate sulle sei corde (l’unico strumentista capace di passare da zero a cento in tre secondi) per favorire l’atmosfera rilassata e meditativa di un repertorio che guarda alla fine degli anni Sessanta, con pezzi dilatati come “Hymn to Andromeda” che raggiunge quasi la mezz’ora senza stancare e le lunghe digressioni di “Raju”, “The disguise”, “New blues, old blues” e “Dr. Jackle”.
Mozzafiato la conclusione: prima la dedica a un amico assente, “Señor C.S.” (sarebbe a dire Carlos Santana), poi due brividi per i davisiani di stretta osservanza: Hancock si aggiunge al piano e arriva un colpo al cuore con il lirismo di “In a silent way” (firmata da Joe Zawinul, scomparso di recente, a chiudere un altro cerchio) e lo scatto di “It’s about that time”, poi uno sguardo a quando il jazz era più semplice ma non meno emozionante con la classica “Someday my prince will come”.
Alessio Brunialti

a.cavalcanti

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