«Cantù, cosa chiedo? Un’altra gara cinque con esito diverso»

Diego Fumagalli , team manager della società biancoblù: «L’arrivo di Sacchetti ci rende interessanti, ma occhio alle nuove Scafati»

«Cantù, cosa chiedo? Un’altra gara cinque con esito diverso»
Diego Fumagalli, team manager della Pallacanestro Cantù
(Foto di Gorini)

Un Puma per amico. Perché, si sa, in quel ruolo di cuscinetto tra squadra, staff e società che è il team manager, spesso e volentieri si diventa - magari anche solo inavvertitamente e inconsciamente - complici di giocatori e allenatori. È il caso anche di Diego Fumagalli, il Puma appunto, ormai una bandiera biancoblù.

A che stagione siamo arrivati?

Quinto anno, andiamo per il sesto campionato.

Bene, da dove cominciamo stavolta?

Fate voi, a me va bene tutto.

Dalla fine, allora. Intesa come fine della passata stagione.

Ok.

Se le diciamo Scafati, cosa le viene in mente?

Amarezza. Delusione. Un anno di lavoro buttato, che è quello che purtroppo a livello di risultato sportivo è stato. Nessuna cosa buona, dunque, almeno se penso all’epilogo.

Quantomeno la soddisfazione, parafrasando il cinepanettone, di essersi levati dalle palle questa Scafati...

Ma va, per nulla. Chi ha vinto ha meritato, per noi poteva starci anche la sconfitta, ma nessuno si sarebbe aspettato in quel modo. Siccome chi vince festeggia e chi perde la spiega, non ho voglia di mettermi lì a spiegarla, visto quello che è stato. Di certo non ce l’ho né con il luogo in sé e nemmeno con l’avversaria, quanto per come è finita.

Vede all’orizzonte altre Scafati, quindi?

So che ci sarà sempre qualche altro che vorrà fare quello che hanno combinato loro.

Che gruppo è stato?

Ottimo. Durante l’anno ci siamo trovati davanti tantissime difficoltà, ma i ragazzi sempre hanno fatto quadrato e spesso dato di più di quel che si aveva in quel momento. Prendete la final eight di Coppa Italia, con noi che siamo riusciti a fare il primo allenamento tutti assieme solo a tra giorni dalla partenza, eppure abbiamo battuto in sequenza le due squadre che poi sono salite in A. Il gruppo unito e coeso, per noi, è stato un punto importante.

L’affaire Johnson ha pesato in maniera definitiva sull’esito finale?

Non c’è una controprova. Di certo, però, c’è la prova ed e quella che abbiamo dovuto tutti affrontare, e cioè cambiare in corsa equilibri e sistemi per una cosa indipendente dalla nostra volontà e che quindi non potevamo prevedere e nemmeno controllare. Una difficoltà in più per il gruppo.

Alla fine, l’ennesimo doloroso taglio di cordone ombelicale, con l’addio a coach Sodini: come è stata l’esperienza con lui?

Totalmente diversa dalla prima. Allora la situazione esterna era tutto fuorché ordinaria e anche la vittoria era differente. Adesso si partiva da una pressione di un altro peso, si doveva giocare per vincere davvero. Non dovevamo cercare ogni volta di far nostra una gara in più, ma di vincere l’ultima partita.

Veniamo all’oggi e a una stagione che deve cominciare.

Diciamo che per me e per tanti altri è già cominciata...

Altro giro, altra corsa. E altro tecnico: Sacchetti.

Non me ne voglia l’associazione di categoria, ma io sembro avere un conto in sospeso con gli allenatori. Sodini, Pashutin, Brienza, Pancotto, Bucchi, ancora Sodini e adesso Meo: sono arrivato a sette.

Non dovremo pensare che porta sfortuna...

Tutt’altro, direi. Ribaltiamo la situazione dalla mia parte e, con un po’ di cinismo e mettendoci sopra un paio di virgolette, potrei parlare di fortuna per me. La fortuna di aver lavorato con allenatori diversi, modi di fare e percorsi ognuno con una propria storia. Direi, un bel vantaggio.

Basta non farlo leggere a Sacchetti...

Diciamo, invece, che non vedo l’ora di passare due e più stagioni insieme. Lavorare molto più tempo non mi dispiacerebbe e soprattutto vorrebbe dire che le cose sono andare come volevamo andassero. Vincendo, magari.

Al netto di tutto, il nuovo compagno di viaggio si chiama Romeo Sacchetti. Non una cosa di poco conto. Sinonimo di voglia di vincere?

Arrivo forse ultimo a dirlo, ma avere come allenatore colui che ha riportato la Nazionale alle Olimpiadi dopo 17 anni, che ha firmato tutti i grandi successi di Sassari, che ha centrato promozioni e altri traguardi, ci rende quantomeno interessanti.

Le cose, in questa fase preparatoria, stanno filando lisce?

Al momento sì. Siamo agli affari logistici, come è naturale intuire. Con un americano, abbiamo solo una questione di visto, quindi tutto a posto. Per Rogic dobbiamo aspettare, per ora rientra nella casistica delle situazioni delle quali non abbiamo il pieno controllo, perché tutto dipenderà dal suo destino in Nazionale. Quando sapremo come è andata a finire, direi che avremo da pensare “giusto” a un volo aereo.

A livello personale, cosa si attende Diego Fumagalli dalla stagione che verrà?

Fare di tutto perché - raggiungendo ancora a gara 5 decisiva per la promozione - l’esito sia diverso. Poi, un po’ meno prosaicamente, l’obiettivo è fare in modo di mettere staff tecnico, nuovi e vecchi arrivati nelle migliori condizioni possibili. Sembra facile dirsi, e magari anche da farsi, ma - vi assicuro - è comunque un obiettivo molto ambizioso.

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