Frates: «Non è stato facile. Ma ci siamo. I ragazzi? Pronti»

Il direttore tecnico della Pallacanestro Cantù si gode il raggiungimento della finale promozione

Frates: «Non è stato facile. Ma ci siamo. I ragazzi? Pronti»
Fabrizio Frates
(Foto di Butti)

Fabrizio Frates sa come si fa. Per la serie “le finali non si giocano, ma si vincono”, lui in serie A2 ne ha vinte quattro. Una, tra l’altro, sanguinosissima nella storia della Pallacanestro Cantù, con il tiro vincente di Claudio Capone in gara 5 di Blu Club Arese-Polti nel 1995. Il direttore tecnico della S. Bernardo sta scaldando la mano e si prepara, pure lui, al momento più decisivo della stagione.

Step by step, siete dove dovevate essere...

Ma dove non era scontato che fossimo. L’obiettivo centrato è importantissimo, ed è stato tutt’altro che facile. Bravi noi ad arrivarci con un 6-1 nelle due serie playoff.

Effettivamente nessuno vi ha regalato nulla.

Il campionato si è confermato difficile e competitivo. Ce ne siamo accorti soprattutto durante l’anno, quando abbiamo trascorso i nostri bei momenti travagliati.

Ora ci siete, però.

Siamo quasi giunti in porto, ma finché non attraccheremo come vogliamo noi è inutile fare bilanci.

Di certo ci arrivate di slancio.

Innegabilmente, anche dopo che Zack (Bryant, ndr) ha confermato di dare sempre maggiori segnali di miglioramento.

Giocherete gara 1 di finale dieci giorni dopo l’ultima gara vera, quella dell’altra sera a Faenza con Ravenna. Positivo o negativo?

Chi lo sa? Come sempre accade, ci sono scuole di pensiero diverse: quelli che ritengono sia fondamentale non perdere il ritmo partita e chi propende per godere del riposo fino in fondo.

Per come siete messi voi?

Allora, direi che per il caldo che è scoppiato, per gli acciacchi fisici che innegabilmente affiorano e per quei tre o quattro giocatori non giovanissimi, due giorni di riposo assoluto non possono che farci bene. Non credo che arrivati a questi livelli la condizione possa crescere o diminuire così facilmente e, dunque, visto che è da tre mesi che giochiamo almeno due volte a settimana, ben venga un po’ di stop.

Quanto è cambiata la squadra in questo playoff, alla luce anche dell’arrivo di Vitali?

Di certo abbiamo una rotazione in più e garantita da un giocatore esperto, che può giocare anche in ruoli diversi. Il suo naturale, ovvio, è quello di playmaker, ma la sua versatilità contro Ravenna, ad esempio, ci ha permesso di accoppiarlo con Benetti da tre. Per crescere anche di qualità, ci ha dato un plus che non avevamo. Ma è tutta la nostra squadra che permette di avere giocatori utilizzabili in più ruoli.

Si sarebbe mai aspettato un Cusin così performante e utilizzato?

Certo. Non condivido affatto la diceria che i più anziani di una squadra vadano in qualche modo risparmiati. Me lo ha insegnato Antonello Riva: più ci si allena e meglio si va. Nel suo caso Marco, e del resto Matteo (Da Ros, nda), sono professionisti esemplari, con la cultura dell’allenamento e tirati a lucido.

Come tutti quelli del gruppo, almeno per ciò che vediamo da fuori...

Per fortuna, ma senza dirlo a voce troppo alta, godiamo di buona salute. A parte Gigi (Sergio, ndr), che ci è mancato tantissimo e che non siamo riusciti a recuperare, siamo nelle condizioni ideali per gestire il momento. E anche questo non era affatto scontato, visto che abbiamo giocato in nove praticamente tutta la stagione regolare e che a volte abbiamo dovuto affrontare momenti in otto e pure in sette.

Bravi a resistere, allora.

Questi giocatori, e lo sapevamo, hanno qualità morali e umane, oltreché sportive, al di sopra della media. E lo hanno dimostrato tutti i giorni, affrontando ogni momento difficile, non creando alcun problema, mai lamentandosi e sempre sapendo rialzarsi. Li abbiamo scelti anche per questo, oltreché per la complementarietà tecnica, e non ci hanno mai deluso.

Hanno la qualità per giocare una grande finale?

Eccome. Tutto quel che è stato fatto ci ha permesso di arrivare nella migliore condizione e di avere la capacità di fare un ulteriore step a livello di gioco. Per poi crescere anche a livello mentale e come personalità di gruppo. Ora dovremo continuare a controllare la tensione, che sarà tanta e che forse diventerà pure ansia. Ma ben venga, perché vuol dire che a giocarci partite del genere ci siamo. È la condizione psicologica che preferisco. Il gruppo c’è ed è coeso.

Lei di finali ne sa qualcosa...

Ho vinto il campionato di A2 quattro volte, ma mi è anche capitato di perderlo, come successo a Montecatini e a Gorizia il primo anno. E mi è successo di trionfare in modi diversi: con una squadra giovane come Reggio Emilia, con una esperta come a Gorizia o a Caserta, con una non pronosticata come Arese e con una data per assoluta favorita come la stessa Caserta. Ribaltando il fattore campo e sfruttandolo. Arrivando a gara 5 o fermandomi prima.

Come si vince un playoff? Inventando l’acqua calda o poggiando sulle solide basi della continuità?

Lo si fa, e le due serie giocate fino adesso ce lo insegnano, giusto con piccoli accorgimenti tra una sfida e l’altra. Partita dopo partita, senza inventarsi nulla. Anche perché non c’è niente da inventare. Tutti adesso conoscono tutti, i coach sanno quello che fa il collega e i giocatori hanno ben chiaro ruoli, caratteristiche, punti forti e deboli degli avversari.

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