Spiragli per Johnson: vaccini, professionisti ancora senza obbligo

Forse a una svolta la vicenda del no vax di Cantù. Green pass semplice per svolgere l’attività sportiva ma niente viaggi in treno e in aereo e soggiorni in hotel

Calibrare tutela della salute e regolarità dei campionati: questo l’obiettivo comune di politica e sport che, in questi giorni, hanno provato a trovare un punto di intesa. Cantù è sempre e comunque in attesa di norme chiare e inequivocabili, dal Governo prima e dalla Federazione in seconda battuta: più di tutto, la questione nevralgica, è l’applicabilità di queste decisioni anche alle leghe di interesse nazionale ma non professionistiche, come per esempio la A2 di basket. Punto che sta a cuore, per le ormai note vicende relative al “caso Johnson”.

In assenza di legge dello Stato

Si parte però da una certezza, assodata per i professionisti: in assenza di una legge specifica dello Stato, nessun atleta – calcio, volley, ecc… - può essere costretto a sottoporsi alla vaccinazione anti-Covid. Gli sportivi non rientrano in una delle categorie per le quali c’è l’obbligo vaccinale – personale sanitario e della scuola, forze dell’ordine – o in altre fattispecie, quindi non sono da considerare tra le categorie toccate dai cambiamenti di lunedì, che prevedono il possesso di green pass rafforzato per accedere a palestre, piscine. Ai professionisti dello sport, quindi, resta solo l’obbligo di presentare un green pass semplice: un tampone molecolare o antigenico effettuato 72 o 48 ore prima dell’attività sportiva.

Il problema invece si pone in caso di trasferte. Di fatto, per viaggiare su aerei, treni e soggiornare in alberghi, è invece richiesto un green pass rafforzato. Una condizione che riguarda tutti e che renderebbe quasi del tutto impraticabile una trasferta, anche a uno sportivo professionista.

Dagli incontri delle ultime ore – tra rappresentanti del Governo e Coni, alla fine ieri lo sport non ha partecipato alla conferenza Stato-Regioni - è poi nato un accordo per uniformare le decisioni delle Asl locali in caso di contagi nei gruppi squadra. L’azienda sanitaria locale può impedire di giocare in caso di percentuale di contagiati del 35%, con un accordo in fase di definizione.

Non solo i brianzoli

Un tema che, per ora, non ha riguardato Cantù, visto che non si sono registrate positività tra i giocatori, ma che potrebbe incidere in futuro. Non ci sono grosse novità invece sulle quarantene: in caso di “contatto stretto” con un positivo, chi ha ricevuto la terza dose e risulta negativo al tampone, può tornare ad allenarsi. Ecco perché, pur in assenza di un obbligo specifico, i club sono di fatto chiamati a una “moral suasion” nei confronti dei pochi giocatori refrattari al vaccino. È la prossima sfida che attende le società, l’ennesima di questa pandemia che ogni giorno riserva qualche novità, quasi mai gradita. L. Spo.

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