Facchin: «Difficile smettere       Ma l’occasione era da cogliere»
Davide Facchin firma l’autografo per un tifoso (Foto by Cusa)

Facchin: «Difficile smettere
Ma l’occasione era da cogliere»

Il portiere del Como, vincitore della Coppa Borgonovo, ha dato l’addio al calcio

Ribalta e passerelle non gli piacciono, lo dice sempre. Ma stavolta non si può proprio farne a meno. Davide Facchin ha chiuso in modo impeccabile la sua carriera di calciatore. Il premio assegnatogli dai tifosi, la Coppa Borgonovo, è stata la perla finale per un giocatore che, mentre già aveva deciso di mettere un punto alla sua vita tra i pali, ha giocato una delle sue stagioni più belle.

Davide, ma perchè smetti dopo una stagione così?

Forse sono in anticipo di un paio d’anni, è vero. Però credo che non ci sia un momento migliore di questo. Io cerco sempre di essere pragmatico, nella vita bisogna saper cogliere le occasioni giuste. E’ una scelta difficile, non lo nego. Ma l’opportunità che ho ora, di poter avviare la mia vita da dirigente in una società che mi piace, giovane, snella, al fianco di un bravissimo direttore come Charlie Ludi, credo vada presa al volo.

E’ già dall’estate scorsa che lo hai deciso, ma poi sono successe altre cose...

Sì, l’intento era già quello. Non pensavo fosse il caso di affrontare un’altra sfida difficile. Il campo ha detto cose diverse poi, la sfida l’ho affrontata e vinta e questa scelta oggi può sembrare meno comprensibile. Del resto non ho mai fatto scelte banali

E’ stato il tuo anno migliore, questo, o è semplicemente quello in cui ti si è notato di più?

La seconda. Perchè la B dà più visibilità e perchè forse nessuno si aspettava che potessi rendere così. Non avevo mai giocato con questa continuità in serie B, ma ho fatto tanta C di alto livello e tante stagioni molto belle. A volte ho rinunciato a salire di categoria: preferivo una C di vertice che una B di basso profilo.

Hai un po’ sorpreso anche te stesso.

Sì, ma non perchè non avessi fiducia in me. Le certezze su di me le ho maturate molto chiare, avevo il dubbio di saperle dimostrare a un livello più alto, è ovvio. Il giudice è sempre il campo. E io inoltre non ero partito con l’idea di giocare così tanto.

Hai conquistato i tifosi come non ti era riuscito nei due anni precedenti.

Le prime due stagioni non sono state semplici. Il primo anno ho giocato per due mesi con la polmonite, è stato tanto faticoso, non sono riuscito a dare quello che volevo ma per dei precisi motivi, non stavo bene. L’anno scorso è stata una stagione durissima, travagliata, con tante partite ravvicinate. E per un portiere ogni gara dura tre giorni, anche quello prima e quello dopo, dal punto di vista del carico e dello scarico emotivo. E giocando per vincere il campionato la mia responsabilità era veramente altissima. Anche dal punto di vista delle energie mentali. Quest’anno tutto è stato più sereno.

Dicesti, qualche mese fa, che l’anno scorso in C quando si prendeva gol spesso la colpa veniva ingiustamente addebitata a te...

Sì, ma in fondo è una cosa positiva. Nel senso, si critica un giocatore da cui si aspetta tanto e dunque si pensa che sia in grado di dare di più. In realtà in tre anni di Como di errori clamorosi ne ho fatti forse un paio, quello che ogni portiere mediamente fa in un solo anno. Sono soddisfatto di tutto, soprattutto perchè ho dimostrato continuità. Una partita eccellente non conta nulla se poi quella dopo è insufficiente. Per questo sono contento del premio che ho ricevuto dai tifosi, perchè è la somma di un percorso, partita dopo partita.

Il tuo momento più emozionante di questi tre anni?

Scontato dire il giorno della promozione, ma proprio perchè quel traguardo scontato non fu. A un certo punto, anzi, avevamo un po’ perso le speranze. Vincere così, in uno scontro diretto, è stato un momento meraviglioso. E poi, l’abbraccio dei miei compagni quest’anno alla fine della partita con il Monza. Io sembro un po’ freddo, burbero, ma mi nutro di emozioni. E lì ho capito quello che ho saputo dare a questa squadra, i miei compagni me lo hanno fatto sentire.

Perchè la scelta di fare il dirigente, e non quella di provare ad allenare?

Perchè caratterialmente non ne ho l’attitudine. Io sono un po’ integralista, o bianco o nero. Per avere a che fare con più persone bisogna essere più portati ai compromessi, a capire e ascoltare tutti cercando di mediare. Non è nelle mie corde. E’ un mestiere molto difficile, non tutti sono in grado.

A proposito, tu sei passato per uno dei giocatori più influenti nella scelta della società di esonerare Banchini e prendere Gattuso.

Non è esattamente così, sono stato un portavoce della poca sintonia che si era creata tra il gruppo e l’allenatore. E nel mio ruolo, e alla mia età, essere rappresentativo non significa mettersi in posa e fare foto, ma dire come stanno le cose. Ma io sono un giocatore, qualsiasi scelta l’ha fatta la società come è giusto che fosse.

E ora da che parte starai, in questo nuovo ruolo?

Inizialmente farò un po’ da tramite tra squadra e società, collaborerò con Ludi che è un dirigente giovane ma già preparatissimo, studierò, è un ruolo che mi incuriosisce molto. Non ho rimpianti, la strada giusta ora è questa.


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