Cantù, è una giornata da celebrare  Il secondo scudetto compie 45 anni
Da sinistra in piedi: Cancian, Beretta, Lienhard, Della Fiori, Tombolato, Meneghel. In basso: Galleani (massaggiatore), Marzorati, Recalcati, Taurisano (allenatore), Farina, Cattini, Rusconi (vice allenatore)

Cantù, è una giornata da celebrare

Il secondo scudetto compie 45 anni

Il 4 maggio 1975 la Forst bissava il primo tricolore travolgendo l’Ignis al Pianella. Cattini, allora ventenne: «Recalcati il leader. Sapeva toglierci la pressione nei match cruciali».

Quarantacinque anni tondi tondi. Giusto oggi. Già, il 4 maggio del 1975, la Pallacanestro Cantù vinceva il secondo dei suoi tre scudetti. Quello precedente risaliva a 7 stagioni prima, quello successivo sarebbe arrivato 6 anni più tardi.

Un trionfo, quello del ’75, giunto non appena la squadra - sotto le insegne Forst - aveva potuto far ritorno “a casa” dopo l’esilio a Brescia. Eh già, perché il 2 ottobre 1974, con un’amichevole contro Varese, viene ufficialmente inaugurato il palasport Pianella. Quello che sarebbe ben presto diventato il fortino sulla collina.

Altra novità: la serie A, dalla stagione 1974-75 appunto, si distribuisce tra due campionati, quello di serie A1 con 14 formazioni e quello di serie A2 con 10. Così, al termine della regular season, le prime sei classificate del piano superiore e le prime due di quello inferiore si sarebbero ritrovate insieme per dar vita a un unico raggruppamento a otto squadre destinato ad assegnare il titolo tricolore in 14 partite.

Era quella la Forst di campioni già affermati quali Marzorati, Recalcati e Della Fiori giusto per citarne qualcuno, ma era pure la squadra di un neppure ventenne Giorgio Cattini. «In effetti avevo 19 anni - ricorda il playmaker che in maglia canturina ha giocato 10 stagioni conquistando 11 trofei (secondo di sempre nella storia del club brianzolo) - e in prima squadra avevo cominciato a mettere piede quando ne avevo 16. Per la verità, in quegli anni non è che entrassi molto in campo anche se il mio contributo penso di averlo dato soprattutto con la serietà negli allenamenti. Coach Taurisano, del resto, “vedeva” i suoi 7-8 giocatori preferiti e poi stop. Diciamo che la fase di costruzione di quello scudetto l’ho vista evolversi accanto al nostro medico Roberto Klinger ed è stato un piacere. Lui e io, infatti, eravamo seduti l’uno accanto all’altro in panchina e il dottore che non era un esperto di basket si rivolgeva molto spesso a me chiedendo chiarimenti e spiegazioni circa ciò che stava accadendo in campo...».

La Forst inizia il torneo con 6 vittorie consecutive prima di arrendersi all’Ignis Varese e di inanellare altri 12 successi di fila per poi arrendersi di nuovo nel retour match con i prealpini.

Il team del “Tau” chiude la stagione regolare al secondo posto (a pari punti con i “cugini”), facendo registrare 22 affermazioni in 26 gare (le altre due sconfitte in casa con la Synudine Bologna e in trasferta contro la Mobilquattro Milano, di 1 punto dopo essere stato ancora avanti di 4 lunghezze a 10 secondi dal 40’).

La poule promozione si apre con cinque vittorie di fila, poi l’Ignis impone lo stop, ma altre sei successi in serie consegnano Cantù avanti di due lunghezze in classifica su Varese (che intanto ha catturato la sua quarta Coppa Campioni) all’altezza della penultima giornata, quando è in calendario proprio il derby al Pianella. È il 4 maggio e la Forst annichilisce l’Ignis, imponendosi per 94-71 e conquistando aritmeticamente il titolo di campione d’Italia. Del tutto ininfluente l’ultimo appuntamento della stagione a Bologna, il 7 maggio con la Virtus.

Cantù - che nel frattempo (era il 25 marzo) aveva sollevato anche la sua terza Coppa Korac e aveva prolungato per altri due anni la sponsorizzazione Forst - chiude l’annata a 95.8 punti realizzati di media, superando i 100 punti in ben 15 occasioni e in pratica restando in vetta alla classifica dal 24 novembre.

Uno scudetto figlio di un’organizzazione creata con una filosofia nuova e unica dove Aldo Allievi, Raffaele Morbelli e Arnaldo Taurisano avevano fortemente creduto nel progetto college.

«Il vero leader di quella squadra era Carlo Recalcati - confida Cattini - perché aveva già una consolidata esperienza ai più alti livelli e perché aiutava a far restare tranquilli e sereni i propri compagni anche in occasione delle partite cruciali. Con me forse non c’era tanto bisogno, poiché ero uno che non sentiva la pressione né la tensione. Non a caso, quando Charlie se ne andò da Cantù fui io a ereditare la maglia con il suo mitico numero 6. Nessuno se la sentiva di assumersi una responsabilità simile. Nessuno tranne il sottoscritto. E infatti abbandonai la numero 10 che avevo indossato sin dal mio arrivo in questo club nel 1972».

Ma non ci venga a dire, Cattini, che quello scudetto del 1975 non lo sente anche suo... «Devo citare di nuovo Recalcati - risponde -poiché è stato lui il primo a sostenere che “anche il custode della palestra va annoverato tra gli artefici delle vittorie”. Dunque, ci sto dentro bene pure io... Battute a parte, forse il mio contributo maggiore è stato quello di aver favorito il continuo miglioramento di Marzorati, poiché in allenamento ero io ad affrontarlo nel ruolo di play».


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