Cova: «La mia fortuna? Essere arrivato a Mariano»
Il marianese Alberto Cova (Foto by Menegazzo)

Cova: «La mia fortuna?
Essere arrivato a Mariano»

Si racconta il più forte mezzofondista italiano: «Sono tornato a Los Angeles rischiando grosso»

Il prato di Intimiano per una corsa campestre. Con la pioggia e il gelo, ed una scarpa che viene strappata dal piede e affonda definitivamente nel terreno. La forza di volontà che porta Alberto Cova, allora quattordicenne e all’esordio con le gare di atletica, a portare a termine la fatica, con un a sola scarpa, chiudendo al secondo posto.

Inizia così la carriera del più grande mezzofondista italiano:l’unico capace di vincere, nei 10.000 metri, europei (Atene, 6 settembre 1982), mondiali (Helsinki, 9 agosto 1983) e Olimpiadi (Los Angeles, 6 agosto 1984). Un ricordo dove compaiono la perseveranza, l’istinto e la voglia di vincere, le qualità che hanno fatto dell’atleta di Inverigo (anzi, come ci tiene a sottolineare, di Cremnago, dove è nato il dicembre 1958) il grande campione.

L’episodio è uno dei tanti, descritti nel libro “Con il cuore e con la testa”, uscito in questi giorni.

Com’è nata l’idea del libro?

«E’ stato il mio attuale lavoro. Mi occupo, da diversi anni, di formazione aziendale, in particolare di leadership. Durante le “lezioni” uso spesso delle metafore con riferimenti alla mia carriera sportiva. I miei successi, le mie fatiche, i miei obiettivi. Spiegando come raggiungere traguardi abbia molto a che fare con le vittorie conquistate in ambito sportivo. Tra i miei interlocutori trovo persone della mia età che hanno vissuto le mie imprese “live” ma anche giovani che l’hanno viste solo nei filmati o raccontata dai loro padri e che si emozionano ai miei racconti. Mi sono detto:perché non trasmettere queste sensazioni anche a tutti gli altri. E da qui l’idea del libro “Con la testa e con il cuore”, scritto grazie alla penna di Dario Ricci».

Quindi non solo un libro di ricordi?

«Anche ma con lo scopo di trasferire le mie esperienze nella vita di tutti i giorni. Dimostrare di essere in grado e capaci di prendere decisioni importanti. Che magari non portano ad un risultato immediato. Ma si deve andare oltre, non restare fermi. Le analisi le farai dopo e capirai se è stato giusto o sbagliato».

Nel libro ci sono dei capitoli, dove gli avvenimenti “storici” vengono abbinati alla sua vita privata. Come l’anno 1969, con lo sbarco sulla luna.

«Quell’anno è stato importante per la vita della mia famiglia e anche per la mia carriera di atleta. Mio padre Pietro (ha 96 anni) decise, anche per agevolare il suo lavoro ed essere più comodo per andare a Milano, di lasciare Cremnago e di trasferirsi a Mariano. Dal paesino rurale, siamo andati in una “piccola città”, in un palazzo moderno, appena costruito. Mia madre Liliana, che è mancata nel 2012, trovò un lavoro a Meda, come sarta. Per la mia famiglia è stato un “piccolo, grande passo”. E anche per me e mio fratello minore Moreno (una carriera da calciatore nda). A Mariano ho avuto la fortuna di incontrare il professor Carlo Pozzoli, che alla medie, nel 1972, mi ha fatto avvicinare all’atletica. Senza di lui, probabilmente non sarei mai diventato un campione».

Come mai la scelta di fare mezzofondo?

«E’ stata quasi obbligata. Ero il più magro e leggero del gruppo e il professor Pozzoli mi disse che andavo bene per le lunghe distanze. Mi ha spronato ed incoraggiato, a non mollare mai. Senza di lui non ce l’avrei fatta. Poi ho avuto un’altra fortuna:l’Atletica Mariano. Una società a due passi da casa, con un allenatore, Sergio Colombo, che è un altro degli uomini fondamentali per la mia carriera. Lui e poi Giorgio Rondelli, mi hanno cresciuto, guidato e stimolato».

Lei dice che anche l’austerity (a causa della crisi petrolifera negli anni 1973 e 1974, gli italiani furono anche costretti a non usare le auto nei giorni festivi) è stata importante.

«Le domeniche mattina c’era il festival della corsa. Ci trovavamo per andare a correre:sapevamo quando si iniziava, ma non quando avremmo finito. Erano degli allenamenti ad oltranza. Li ricordo ancora con grande entusiasmo, anche perché erano dei momenti di grande aggregazione».

A proposito di ricordi, quello più “forte” è l’oro olimpico a Los Angeles? Rivive spesso quei momenti?

«Ovviamente sono molto legato all’impresa olimpica e ci ripenso spesso. Nel 2014 la mia compagna Laura mi ha proposto di andare a Los Angeles, per “festeggiare” il trentesimo anniversario della mia vittoria. Il 6 agosto, siamo andati al memorial Coliseum, dove ho disputato e vinto i 10.000. Ma per nostra grande delusione, purtroppo era chiuso e non c’era nessuno a cui chiedere spiegazioni. La mia voglia di tornare in quell’impianto era tanta. Così abbiamo girato tutto attorno e alla fine abbiamo visto un piccolo cancello, socchiuso. Siamo entrati, con il timore che qualcuno ci vedesse e magari ci facesse arrestare. Anche se avevo pronto la giustificazione:avrei detto che quell’Alberto Cova, inciso nella parete dello stadio (tra l’altro vicino a quello di Luigi Beccali, oro nei 1.500 a Los Angeles 1932), come vincitore dei 10.000 metri alle Olimpiadi del 1984 ero io. Paura a parte è stata un’emozione bellissima, anche se purtroppo la pista di atletica è stata tolta, per fare spazio al terreno del football americano. Per fortuna nel 2028, in occasione della terza Olimpiade nella città californiana, sarà rimessa».

Cosa si pensa dopo aver portato a termine un’impresa così grande, come l’oro olimpico?

«”Porca miseria ce l’ho fatta”, è stato il mio primo pensiero. Poi mi sono detto che non poteva che andare così. Non era supponenza ma solo la constatazione che avevo raccolto tutta la fatica, il sudore, gli allenamenti, le rinunce che avevo fatto prima. Ed è questo che spiego nei corsi di formazione aziendale. Il mio sogno, come quello della stragrande maggioranza degli atleti, era di andare alle Olimpiadi e magari vincerle. Il primo passo è stato quello di comprendere se ne avessi avuto le capacità. E l’ho capito strada facendo, continuando ad allenarmi e ad ascoltare i tecnici che mi hanno seguito. Fondamentale è stata poi la capacità di gestire le emozioni, di essere molto freddo e razionale, anche nei momenti più importanti».

Come nelle spettacolari volate vincenti che hanno portato Cova ad essere il più grande mezzofondista italiano di tutti i tempi.


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