«Il basket mi ha salvato la vita   e ora il favore va ricambiato»
Jeremiah Wilson, 31 anni, nativo di Chicago, ha frequentato campionati in 14 nazioni diverse (Foto by foto Butti)

«Il basket mi ha salvato la vita

e ora il favore va ricambiato»

Intervista con l’ala forte della S.Bernardo-Cinelandia Cantù, Jeremiah Wilson.

«Il basket mi ha aiutato tanto, anzi, posso dire che mi abbia salvato la vita». La confessione porta la firma di Jeremiah Wilson, il 31enne lungo (2.04) della S.Bernardo-Cinelandia, statunitense di natali e portoghese di passaporto. Un’affermazione certo non banale, suffragata dalla motivazione che la supporta. «La pallacanestro mi ha impedito di perdermi tra le strade e i quartieri di Chicago. Non l’avessi “incontrata” chissà che fine avrei fatto...».

Ed è per questo che il suo sogno - che sta cercando di far avverare per il tramite di un preciso progetto - è quello di aiutare giovani atleti nelle zone meno fortunate di Chicago e Lisbona, organizzando camp gratuiti?

«Da ragazzino non ero abbastanza fortunato per frequentare dei camp, che sicuramente mi avrebbero migliorato come giocatore e non solo. Poi, a 14 anni, il mio allenatore d’infanzia ha fatto sì che potessi frequentare i suoi camp, gratuitamente. Così in seguito ho potuto a prendere parte a una serie di tornei, ovviamente sempre gratis perché io non potevo permettermeli. Questa è stata la svolta, non solo della mia carriera cestistica ma proprio come svolta di vita. Come anticipavo, mi ha impedito di “perdermi” tra le strade e i quartieri di Chicago, sviluppando il mio talento e la mia passione in strutture organizzate e confortevoli».

Ecco il punto.

«Esatto, il mio obiettivo adesso è proprio quello di ricambiare il favore che la vita mi ha dato. Per questo ho fondato un’associazione no profit, “The Grind”, da cui vorrei raccogliere un po’ di supporto, tramite donazioni e sponsor. Il mio obiettivo è organizzare camp gratuiti a Chicago, dove sono nato, e in Portogallo. Camp per tutte le fasce di età, dagli 8 ai 18 anni. Ai bambini, inoltre, vorrei poter regalare canotte e scarpe da basket, perché alcuni di loro non possono permettersi neppure quelle. Quando mi ritirerò, poi, avrò molto più tempo per dedicarmi interamente a questo progetto».

L’intervista integrale sulla Provincia di mercoledì 22 gennaio


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