«Io, Cantù e la Fortitudo Ora sono squadre simili»
Carlo Recalcati e Carlton Myers ai tempi dello scudetto della Fortitudo Bologna

«Io, Cantù e la Fortitudo
Ora sono squadre simili»

Parla Carlo Recalcati, un doppio ex di lusso, in vista della sfida di domenica

Una decina d’anni fa abbondante (era il 26 aprile 2009) la Fortitudo Bologna giocava la sua ultima partita a Cantù (perdendo 74-64) in serie A prima di retrocedere e di inabissarsi con tanto di radiazione.

Per la cronaca, l’allenatore di quella “F” targata GMac era lo stesso che ora guida l’Acqua San Bernardo, vale a dire proprio Cesare Pancotto (subentrato in corso d’opera a Dragan Sakota). Dieci anni prima, era il 31 ottobre 1999, l’Aquila (con sponsor Paf) aveva invece spianato il Pianella imponendosi 85-67 nella stagione che l’avrebbe indirizzata verso il primo scudetto della propria storia.

A guidarla verso il tricolore il coach canturino Carlo Recalcati. Ed è proprio a lui che abbiamo chiesto di condurci all’interno dell’intrigante mondo fortitudino, ora che la squadra è tornata a frequentare il palcoscenico che le è più congeniale.

Recalcati, cosa rappresenta la Fortitudo per Bologna?

Per una parte della città è la rivalsa nei confronti della Virtus. Perché pur essendo nata prima, la Effe è arrivata dopo in serie A e così gli appassionati Fortitudo hanno dovuto sopportare per anni questa presenza ingombrante della Virtus trovando tuttavia un modo tutto loro di vivere la pallacanestro.

E quale sarebbe?

Quello non fatto necessariamente di pensare a vincere, ma di avere la capacità di stare insieme, di soffrire, di reagire. E pur nella sofferenza, essere capaci di godere di tutto ciò che l’attività permette loro di avere in quel preciso momento storico.

Insomma, Fortitudo a prescindere.

Esatto. Questo modo di essere ha permesso loro di superare i tanti momenti negativi. E sotto questo profilo la F va presa ad esempio proprio per lo spirito che ha sempre contraddistinto i suoi sostenitori. Che fossero in A, A2 o serie B, non ha fatto mai differenza. Con il PalaDozza sempre pieno. Ciò che hanno sempre voluto vedere sul campo è la piena partecipazione, la disponibilità, la capacità di soffrire indipendentemente dal talento dei giocatori che componevano le squadre. E questa è una mentalità che sicuramente premia.

In che senso?

Loro non è che hanno rischiato di scomparire, perché a un certo punto sono scomparsi veramente. Ma lo spirito Fortitudo non è mai venuto meno. I tifosi sono rimasti legati alla F, alle attività che comunque continuavano a proporre anche in assenza della pallacanestro in attesa che il club riprendesse la posizione avuta in passato. Non solo non hanno perso uno spettatore, ma pure lo sponsor è rimasto attaccato.

Sarebbe a dire?

Ora il marchio è Pompea, ma in passato lo stesso gruppo era stato partner con il marchio Filodoro. Perché i titolari dell’azienda si sono innamorati del mondo Fortitudo continuando a frequentarlo anche nelle annate spese nei campionati minori. Una passione suscitata appunto dall’ambiente stesso della F e che li ha riportati a sponsorizzare in occasione del ritorno in serie A. Imprenditori che hanno abbinato il proprio nome anche ad altre realtà cestistiche, ma che poi quando hanno incrociato i loro destini con la Fortitudo l’hanno sposata.

Il concetto in estrema sintesi?

Fede e passione in casa Fortitudo sono indipendenti dal risultato, dalla posizione di classifica, dalla competizione alla quale si sta partecipando. Anche se poi quando non vincono si incazzano anche loro...

Ma non certo con lei, il primo capace di portar loro lo scudetto.

Venivo dal tricolore vinto con Varese ed ero praticamente già d’accordo con Malaga che sarei andato lì ad allenare. Non avevo ancora il firmato ma eravamo ormai a dettagli, quando Giorgio Seragnoli (il patron della Fortitudo, ndr) mi invitò a casa sua a Milano e mentre assistevamo in tv a una partita dell’Inter mi illustrò il progetto. Che era quello di vincere. Da subito.

Le stava insomma chiedendo di spingersi là dove nessuno dei suoi predecessori si era mai inoltrato.

Esatto. E questa richiesta mi ha ulteriormente stimolato. Perché sarei andato ben volentieri a Malaga, con la mia famiglia felicissima e già pronta a trasferirsi in Andalusia, però il richiamo che quella Fortitudo esercitava era irresistibile. Una realtà che avevo imparato a conoscere da avversario e che mi aveva sempre colpito positivamente.

Non fosse arrivato lo scudetto al termine di quella stagione...

Stavo per guidare una squadra fortissima (Basile, Myers, Karnisovas, Fucka, Vrankovic, Jaric, Galanda, Pilutti, Gay, ndr) e ancora adesso dico che si è trattato di quella in assoluto più forte che abbia mai allenato in vita mia. Insomma, il potenziale era evidente, si trattava di esprimerlo compiutamente sul campo. Partivamo per vincere il campionato e se non fossimo riusciti avremmo deluso.

Definiamola consapevolezza...

Ero talmente carico e sicuro che ci saremmo presi il titolo, che alla vigilia di Natale, in occasione della festa dei tanti club di fedelissimi, quando arrivò la torta mi porsero il coltello per procedere con il taglio della prima fetta. E io la tagliai volutamente a forma di scudetto.

Lo scudetto arrivò davvero.

Con i tifosi poi a interrogarsi su come avrebbero ancora potuto intonare il loro classico coro “Non abbiamo mai vinto un c...”. Perché loro si crogiolavano e continuano a farlo nella sofferenza, nelle avversità, nella sconfitta.

Dal passato al presente. Domenica si gioca Cantù-Fortitudo: che cosa rappresenta la sfida in questo momento storico?

Sono due società che indipendentemente dalla classifica devono cercare di consolidarsi. Quindi sotto questo profilo sono simili. L’errore che non deve fare la F è di voler concedersi voli pindarici inseguendo la Virtus per rivaleggiare con la stessa. Perché quest’ultima è già ben consolidata mentre la Fortitudo è all’inizio di un percorso. Deve dunque guardare in casa propria, tirando dritto in attesa di un progetto più ambizioso.

Come valori in assoluto, parlando di squadra, questa Bologna è messa meglio di Cantù

Decisamente. L’esperienza conta e avere giocatori come Aradori, Mancinelli, Leunen, Cinciarini, Stipcevic aiuta nei momenti in cui le cose possono andare storte. Sono due formazioni oggettivamente costruite in modi diversi, con disponibilità differenti. E la potenzialità della Fortitudo è sicuramente superiore a quella di Cantù, non fosse altro appunto per la quantità di esperienza all’interno della squadra.

Chances di vittoria San Bernardo?

Che una squadra si faccia preferire a un’altra quanto a potenziale non vuol necessariamente dire che la prima vinca e l’altra perda. La F non ha mai incantato fuori casa quest’anno e spazi per Cantù ce ne sono purché metta in campo tutta la sua freschezza. Contando inoltre sul fattore entusiasmo del palazzo. E poi ci sarebbe un aspetto di ordine più generale.

Quale?

I giocatori di Cantù devono rendersi conto di avere dinnanzi una grande sfida quest’anno, capace di moltiplicare le motivazioni. Quella di riuscire a far tornare grande una squadra e una piazza con un passato glorioso. Questo è un fattore su cui e in cui i giocatori devono credere. Perché se recepisci e comprendi che stai iniziando un percorso in grado di poter riportare Cantù a certi livelli, allora non c’è niente di più stimolante. Sapendo che stai giocando per una maglia che ha un suo significato e una sua storia.


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