«La casa dei sogni e marchio di Cantù»
All’esterno della foresteria di Cantù: da sinistra Ilia Boev, il professore Antonio Tieghi ed Ebuka Maduka

«La casa dei sogni
e marchio di Cantù»

Intervista con AntonioTieghi, responsabile della foresteria del Pgc.

Professori si nasce e lui. modestamente, lo... nacque. Alla Totò. Il prof per antonomasia del calcio e della pallacanestro provinciale, al secolo Antonio Tieghi, non molla. Anzi va avanti. E dopo aver triplicato, se è vero come è vero che sta per concludersi la terza stagione come responsabile e tutor della foresteria del Progetto Giovani Cantù, fiore all’occhiello dell’Italia del basket.

Prof, dopo una vita a scuola e sui campi, perché questa scelta?

Cominciò tutto, ormai tre anni fa, quando l’amico Sergio Borghi, responsabile tecnico del Pgc, mi chiamò dicendo: «Ho una proposta che ti cambierà la vita». Subito pensai: «Questo è matto».

E così è stato?

Sulle prime non nego di aver vissuto un trauma, quasi mi fosse passato sopra un treno. Ero sotto choc. Ma mettetevi nei miei panni: a qualche mese dalla pensione e pronto a rivedere le mie priorità, una proposta come quella di guidare la foresteria di Cantù, la leggendaria foresteria di Cantù, fu destabilizzante.

Cosa le suggerì di accettare?

Un pensiero: spenta la luce dell’insegnamento e smesso di seguire i ragazzini sul campo, mi sarebbe rimasto da fare solo il dirigente. Avevo invece la possibilità di restare in gioco, con qualcosa di nuovo, entusiasmante e intrigante. In linea con quel che ho sempre svolto. Passato il momento del “ce la faccio, non ce la faccio?” e dissipato ogni timore, ho accettato.

Pentendosene mai?

Assolutamente no. Anzi, vi arrivo a dire che non dovesse più esserci, mi mancherebbe qualcosa. E non sarebbe facile sopportarlo. Sono anni di grande arricchimento: dopo l’esperienza accumulata da insegnante, allenatore e dirigente, ecco questa umana, che non ha eguali. Grazie anche al supporto della società, che non è mai mancato e di questo ringrazio, e a quella dose di ironia, e autoironia, che è parte integrante della mia vita.

Per cui lei, all’improvviso, prende baracca e burattini e si trasferisce dall’altra parte di Cantù?

E il primo anno è subito esaltante. Otto ragazzi, sei italiani ben distribuiti geograficamente (Braghini e Ziviani mantovani, Cucchiaro laziale, Bet friulano, Tartamella siciliano e Nasini brianzolo) e due stranieri, il russo Boev e il macedone Mirkovski.

Pronti, via, e improvvisamente atterra sul pianeta foresteria...

Significa pensare alla vita, da mattina a sera, di ragazzi dai quindici o sedici anni in su per la prima volta lontani da casa. Ma subito s’innesca un circolo virtuoso, tra di loro si fa gruppo e ne esce un’operazione di condivisione a tutto tondo. Ilia, ad esempio, scende dall’aereo che arriva dalla Russia, non con una ventiquatt’ore, ma nemmeno una sedici. Insomma, poco più di un sacchetto. Scatta la gara di solidarietà e in poco più di due giorni i nuovi compagni, di alloggio e di squadra, lo vestono.

Comincia, in quel momento, quell’incredibile mix di vissuto all’ombra di San Teodoro.

È la verità. Anche perché, già l’anno successivo, diventiamo in dieci: se ne vanno Braghini e Tartamella, ma arrivano Brambilla da Sassari, Tarallo e Quarta da Roma e Giannullo da Napoli. Un bel mix esplosivo: pensate solo al rigore friulano di Bet, all’operosità brianzola di Nasini e al calore e alla spensieratezza di Giannullo... Tra di loro è uno sfottò dietro l’altro, e su tutto: la scuola, le ragazze, le partite e il cibo. Ma di fondo c’è un’unione fantastica. Una coesione incredibile e una sorta di mutuo soccorso che ti porta a scovare Ziviani che a mezzanotte spiega la matematica a Mirkovski.

Ecco, Mirkovski: con gli stranieri come è stato l’approccio?

Culture diverse, ma sempre grande rispetto. E le regole seguite come si fosse in campo. Bogdan (Mirkovski, appunto, nda) apparentemente algido e austero, uno che sembra avere la puzza sotto il naso e invece è un grande cuore d’oro, pronto alla battuta, anche salace, ma sempre apprezzato dal gruppo. Così come Ilia (Boev, nda), con il rigore russo. Duro e massiccio e di una dignità unica. Poi, dalla fine dell’anno scorso, arriva Ebuka Maduka, dalla Nigeria, e anche lì un altro cinema, con questo ragazzone di colore tutto muscoli che non parla una parola di italiano, inglese o francese...

E così si apre la sua terza stagione.

Rimaniamo in sette, perché se ne vanno i più grandi. Mi restano Boev, Mirkovski, Ziviani, Quarta, Tarallo, Brembilla ed Ebuka. Senza contare quella ventina di giocatori, almeno, che a intervalli sono passati di qui in prova, italiani e stranieri.

A proposito, uno dal cuore d’oro come lei, come vive il momento del distacco?

Non parlatemene... Robe che ti prendono dentro. Un grande magone. Perché segui i ragazzi, li capisci, qualche volta usi il bastone e qualcun’altra sei loro complice. Ognuno di loro è ed è stato un arricchimento personale, che ho messo nel portafoglio di vita personale. Più che amici, direi che sono dei nipotini. Ma da zio, non da nonno... Perché se le forze continueranno ad assistermi, e soprattutto se alla società andrà ancora bene, voglio andare avanti ancora a lungo.

A tavola tutti assieme devono essere di quei momenti...

È il momento clou, soprattutto il pranzo, perché la sera, tra allenamenti e partite, si mangia a scaglioni. Li vedi arrivare da scuola, confrontarsi su ciò che hanno fatto e far confluire sul tavolo gioie e preoccupazioni, tutte da condividere. Nei primi due anni abbiamo vissuto la grande esperienza del servizio al ristorante, al Nano, e in questa stagione abbiamo sperimentato la cucina di casa, con Mariangela Lampugnani e Sandrina Vailati, una sorta di seconde mamme, che non guardano solo al cibo, ma pensano alle pulizie dei ragazzi e all’ordine. Un’altra grande esperienza da archiviare nelle voci belle di questa avventura.

E con la scuola?

Non parlatemene. Alle 7 scatta l’allarme rosso, soprattutto se qualcuno messaggia eventuali malesseri. Allora pronti a intervenire per verificare di persona la situazione, se reale o meno. Dal punto di vista dell’inserimento non è mai stato facile trovare situazioni all’ultimo momento, con iscrizioni già chiuse, ma devo dire che ho sempre trovato comprensione nei dirigenti. Gli insegnanti? Questione di sensibilità. Grande disponibilità da parte della maggioranza, qualche accanimento didattico da altri. La situazione dei ragazzi, che alle 15 già sono ad allenarsi e che hanno lunghe trasferte infrasettimanali, è nota a tutti in partenza. Noi non chiediamo privilegi, e nemmeno di chiudere un occhio, ma una certa attenzione sì.

Il rapporto con le famiglie?

Altro bel capitolo. Sono ben contento di essere la persona di riferimento. Ovvio, spesso mi tocca fare da filtro tra le preoccupazioni dei genitori e le situazioni dei ragazzi. E talvolta, come nella vita, mi basta metterla sul ridere per risolvere certe complicazioni. Ma c’è grande fiducia, e la cosa mi conforta. Loro e i figli sanno che sono qui a giocarsi un’occasione sportiva, con la prospettiva della serie A, e umana. C’è chi l’ha sfruttata e chi l’ha gettata via.

Lei invece come fa a uscire da questo mega frullatore?

Ogni tanto ho bisogno dei miei spazi e di ricaricare le batterie. Per fortuna ho amici veri che mi coinvolgono e un covo, il Quadrifoglio di Ottavio, dove sfogare le tensioni.


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