Milesi: «In Coppa a 15 anni  Ora sono fotografo»
Enrico Milesi, classe 1967, oggi 53enne

Milesi: «In Coppa a 15 anni

Ora sono fotografo»

«Entusiasmante essere stato atleta e averlo fatto a Cantù l’ha reso ancor più speciale. Non mi riconosco più in questo campionato italiano».

«Aver svolto la professione dell’atleta è stato entusiasmante, averlo fatto a Cantù l’ha reso ancor più speciale». Enrico Milesi, nella terra cestistica di Brianza è cresciuto e nella seconda metà degli Anni 80 ha fatto parte in pianta stabile della squadra che giocava in serie A e che frequentava l’Europa. «Curioso che abbia debuttato in prima squadra non in una partita di campionato bensì addirittura in un match di Coppa dei Campioni. Era il novembre del 1982 e avevo dunque 15 anni e mezzo. Capitò che in contemporanea ci fosse una gara importante della nostra formazione juniores e così il coach chiese a Giancarlo Primo (l’allenatore dell’allora Ford, ndr) se poteva lasciar libero Beppe Bosa in quell’occasione. Primo non fu contrario, ma volle in cambio un altro ragazzo altrimenti la squadra si sarebbe presentata in nove. E quel ragazzo fui proprio io...».

La sfida è il quarto di finale di ritorno al Pianella contro gli svizzeri dell’Olympic Friburgo. «All’andata la Ford aveva vinto con oltre 30 punti di scarto (112-75, ndr) e quindi di problemi a passare il turno non ce n’erano proprio. E infatti ottenemmo una larga affermazione (108-79, ndr) anche al ritorno e io riuscii anche a segnare 2 punti. Indimenticabile».

Un passo indietro. Anzi, un balzo a ritroso di circa un anno, quando ancora il giovanissimo Enrico giocava ad Arcore. «Fu Antonio Sala, un mio compaesano di tre anni più grande e che già era sbarcato a Cantù a segnalarmi alla dirigenza canturina. Ricordo ancora come fosse adesso il mio provino alla palestra Parini: era il 9 novembre del 1981. Andò bene e mi presero. Iniziai a frequentare il Sant’Elia geometri e vissi un paio d’anni in collegio. Dopodiché, al terzo venni trasferito al college del club. Gran bella esperienza umana e di vita».

La gavetta e, un giorno, lo sbarco all’interno dei magnifici dieci a referto in serie A. «In quel momento realizzai di essere diventato un giocatore professionista - confessa -. “Allora questi credono veramente in me” ricordo di aver pensato. E io che non mi sono mai sottratto al lavoro, accentuai se possibile l’intensità degli allenamenti, dando tutto me stesso. Perché ero conscio di non essere un protagonista, eppure avrei voluto farmi trovare pronto ogni volta ce ne fosse l’occasione o la necessità. Come quella volta che, contro Venezia, Bosa fu presto penalizzato dai falli e mi venne richiesto di entrare in campo per occuparmi di un certo Dalipagic. Io che marcavo un fenomeno come Drazen... Incredibile».

«Di mio - aggiunge - sono sempre stato umile appunto perché conoscevo i miei limiti e allora sono grato a tutti quelli che mi hanno allenato. Perché l’hanno fatto per il mio interesse, non certo per il loro. Rifirmerei per rifare tutto quello che ho fatto perché si è trattato di un’esperienza unica. E poi il pubblico, il calore della gente per strada e al palazzetto. Mi resterà per sempre».

Qual è il compagno di squadra che più ha preso ad esempio? «Senza dubbio Pierluigi Marzorati e ritengo lo fosse per noi tutti giovani giocatori italiani. Un professionista della sua levatura, un campione, che aveva saputo ritagliarsi il tempo anche per studiare e per laurearsi in Ingegneria. E dico Ingegneria! Sì, noi ragazzini lo ammiravamo e lo adoravamo. Io nel mio piccolo ho preso il diploma di geometra, ma il Pierlo restava e resta inarrivabile».

Lei dopo il primo lungo ciclo brianzolo e gli anni in prestito tornò in Brianza nella stagione 1992-93. «Cantù faceva anche la Coppa e aveva bisogno di un ulteriore cambio in particolare per Tonut, così da fargli ogni tanto tirare un po’ il fiato. In realtà quell’anno non giocai praticamente mai, ma non ne faccio certo una colpa a Frates (l’allenatore di allora, ndr). Evidentemente aveva le sue buone ragioni per tenermi in panchina. Mai eccepito nulla».

Una volta lasciata la pallacanestro, non l’abbiamo più vista nell’ambiente. «In effetti non ho più frequentato, sin da subito. Da giovane, mentre giocavo, avevo collaborato un paio d’anni come geometra in uno studio canturino, ma più in là mi è venuta la passione per la fotografia che ho trasformato nella mia nuova professione. Fotografo matrimonialista, sportivo e di eventi. Inoltre sono anche videoperatore e montatore, rigorosamente free lance. E dal 2003 vivo a Bergamo, da single».

E Il basket? «Guardo talvolta in tv la Nba, mentre la serie A l’ho abbandonata sia perché lavorando praticamente tutti i fine settimana non avrei la possibilità di andare al palazzetto e sia perché non mi riconosco in questo presunto campionato italiano. Dove gli italiani sono sempre più marginali e dove non si riesce a costruire un vero gruppo. Dentro e fuori lo spogliatoio».


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