Pellegatta: «Non mi sono mai pentito di essere rimasto in Como Nuoto»
Jacopo Pellegatta, capitano della Como Nuoto (Foto by Cusa)

Pellegatta: «Non mi sono mai pentito
di essere rimasto in Como Nuoto»

Parla il capitano della squadra di A2 che è resistito anche alle tempeste degli anni scorsi

Si è fermato il rugby. Poi il basket. La pallavolo sta per farlo. E la pallanuoto? Nessuno sembra curarsene, i media prediligono sport con maggior seguito popolare, la Federnuoto dal canto suo non fa nulla per adeguarsi alle tempistiche delle altre federazioni. Così, nel tempo del coronavirus, gli atleti delle squadre di pallanuoto sono e restano confinati tra le mura domestiche, scacciando la tentazione di lasciare aperti tutti i rubinetti di casa per trasformare in un’anomala vasca il corridoio e le stanze che la compongono.

Sono tante le incertezze che turbano la mente degli atleti, dei tecnici e della dirigenza della Como Nuoto che, alla ripresa dell’attività, avrà problemi enormi da affrontare: a rischio non c’è la semplice (ma poi neanche tanto) acquisizione di spazi-acqua dove allenarsi, ma anche il sostegno economico ed i rimborsi-spese dovuti a tutti i collaboratori ed ai giocatori.

Ne è ben conscio il capitano della Como Nuoto Recoaro, Jacopo Pellegatta, che ha più d’un motivo per essere preoccupato. «Lo scorso 6 marzo abbiamo effettuato l’ultimo allenamento – ricorda il ventiseienne comasco – eravamo in buona forma, era venerdì ed il giorno dopo avremmo dovuto giocare a Bogliasco. Improvvisa giunse la comunicazione federale dello stop alle attività: da allora, più nulla è successo e si è saputo. Coi compagni di squadra mi sento con buona regolarità, altro non si può fare».

Pensi che si possa riprendere a giocare e come qualcuno fantastica terminare il campionato d’estate, riprendendo una tradizione di alcuni decenni fa?

Devo essere sincero: non mi interessa e non mi aspetto nulla. La situazione generale è così grave che l’aspetto sportivo francamente passa in second’ordine. Da capitano, sto toccando con mano il difficile momento attraversato da tre miei compagni di squadra che vivono insieme e non possono spostarsi per tornare nelle loro città di provenienza: se devo dare una risposta, allora, dico che è meglio finire qua la stagione e dare il via libera a chi, come i tre di cui parlavo, soffre sia la crisi economica che la lontananza dai famigliari.

Come vivi l’inattività?

Il nostro coach ci ha consigliato delle applicazioni da scaricare per eseguire esercizi in casa. E’ un paliativo, mi cimento tre o quattro volte la settimana ma è già un successo non ingrassare. L’acqua è un elemento imprescindibile per un allenamento ottimale nella pallanuoto, purtroppo siamo condannati ad un lento ma inarrestabile calo di forma.

Hai esordito nel 2010 in prima squadra, lavorando con diversi tecnici: il tuo preferito?

Stefano Piccardo mi ha inserito in rosa e mi ha fatto crescere come giocatore, Zimonjic è il coach più completo, ma il rapporto che ho avuto con Tete Pozzi non ha eguali.

Il momento più brutto della tua carriera?

Nel 2009, anno della retrocessione in serie B, ero convocato saltuariamente ma per la “bella” dei play-out persa contro la Muri Antichi di Catania ero presente in panchina. Perdemmo, molti compagni di squadra erano in lacrime negli spogliatoi, ricordo che anch’io, tornando a casa, non riuscii a trattenere il pianto.

Un episodio che invece rivivi con piacere?

Più che un episodio, un periodo: quello della “ripartenza” dopo la rinuncia soffertissima alla serie A/1 del 2015. Era un anno particolare, nacque anche la Pallanuoto Como, la Como Nuoto di allora era composta esclusivamente da giocatori comaschi. Io, Lorenzo Garancini, Martino Fusi ed Emilio Pagani decidemmo di rimanere con la ranetta, la scelta secondo me fu fatta più col cuore che con la testa: non me ne sono mai pentito.


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